— Poveretta voi, poveretta voi, se fate entrare qualcuno!
— Mi debbono uccidere, per entrare, — diceva con un fievole sorriso, suor Giovanna della Croce.
Ella stessa aveva finito per credere, la monaca, che il giudice temesse i ladri, fortemente: troppe erano le sue raccomandazioni e troppa era la sua inquietudine. Ogni volta che egli rientrava dal Tribunale, verso le cinque, la sua mano, toccando il campanello, rivelava la sua agitazione: ora, suonava fortemente, due o tre volte: ora, suonava a distesa: ora, suonava leggermente, debolmente e, sempre che schiudeva la porta, suor Giovanna della Croce, si vedeva innanzi un viso sconvolto e udiva una interrogazione precipitosa.
— Vi è qualcuno, è vero, vi è qualcuno?
— No, Eccellenza: non vi è nessuno.
— Proprio, non è venuto alcuno?
— Nessuno, è venuto.
— Ne siete certa?
— Ne sono certissima.
Un lieve sospiro dilatava il petto del triste magistrato ed egli entrava in casa col viso ricomposto. Doveva aver denaro, certamente, in uno dei due sécrétaires della stanza da letto: all'altro non si accostava mai, voltava gli occhi per non guardarlo, non lo apriva mai, il suo armadio, in presenza di suor Giovanna della Croce e vi teneva, in sua assenza, oltre la chiusura a chiave, un lucchetto con un segreto. Talvolta entrando in camera, la mattina, per portare i panni spazzolati e le scarpe lustrate, la vecchia suora lo trovava, il giudice, innanzi alla porta aperta di quel sécrétaire, col capo abbassato sovra uno dei cassetti e con le mani che vi frugavano dentro.