Si era sempre arrabbiato, con la sua serva, di queste sorprese, umiliandola con parole dure, come faceva spesso: e l'antica suora aveva chinato il capo, decisa a sopportare tutti quei maltrattamenti per amor di Dio. Però sempre, in queste volte, suor Giovanna della Croce aveva intravvisto il giudice a riporre del denaro nel suo portafogli, delle carte-monete rosse, da cento lire. Andava via, in queste giornate, il giudice Notargiacomo, più chiuso, più triste, più lugubre di tutte le altre volte. Ritornava più tardi, a casa. Qualche volta, don Gaetano Laterza, quello del terzo piano, diceva che aveva inteso passeggiare avanti e indietro, tutta la notte, il tetro magistrato.
Ebbene, malgrado l'età che le rendeva grave il servire, malgrado quei quattro piani di scale molto erte, che suor Giovanna della Croce doveva fare tre o quattro volte al giorno, malgrado l'asprezza continua con cui il suo padrone la trattava, malgrado che ella non avesse neppure un boccone di pane, oltre quelle quindici lire mensili, malgrado che nè i suoi occhi, più, nè le sue mani, nè le sue gambe l'aiutassero a servire bene, la monaca si contentava di quel suo stato e, quasi quasi, se ne compiaceva.
Preferiva quello che faceva, a vendere, sì e no, dei merletti a delle ragazze bizzarre, viventi nel peccato, come Concetta Guadagno, tanto più che poco le riesciva, oramai, ad avere sveltezza nel maneggio dei fuselli; preferiva quello ad assistere delle puerpere come Maria Laterza, in quell'ambiente di sgravi, di bimbi che succhiano, dove tutto odorava di mondo, di matrimonio, di procreazione, di maternità, confondendo il suo pudore di vecchia monaca che nulla sa di queste cose. Meglio servire! Quei dieci soldi al giorno ella li guadagnava a stento, specialmente nei giorni in cui doveva stirare la biancheria di liscio del magistrato: l'antica Trentatre si sentiva piegare le gambe, era troppo vecchia, oramai, per restare tanto tempo in piedi: ogni tanto si doveva buttare sovra una sedia, senza fiato, col capo abbassato sul petto. Non importa: quei dieci soldi al giorno aumentavano la sua misera pensione mensile: ella poteva mangiare un boccone di carne alla domenica: poteva accendere la lampada innanzi al Crocefisso, ogni sera, ella che aveva portato, con tanta umiltà cristiana, il nome della Croce: ella poteva fare l'elemosina, di due soldi, ogni venerdì, alle anime del Purgatorio! La casa del giudice Notargiacomo era deserta, fredda e malinconica: il giudice era triste, rude, sempre sospettoso: non mai una parola buona esciva dalla sua bocca, non mai uno sguardo dolce partiva dai suoi occhi: tutto ciò avrebbe pesato sull'anima e sul corpo di qualunque altra serva, ma non sul corpo e sull'anima della vecchia Sepolta Viva. Ah non così, non così, certo, ella aveva sognato di trascorrere la sua vecchiaia, in servitù materiale e bassa, comandata con asprezza, mal compensata, maltrattata spesso, tenuta a distanza! Ma il tempo del rimpianto era trascorso: quello della lunga rassegnazione servile era cominciato, dal giorno in cui, per la seconda volta, suor Giovanna della Croce era stata cacciata da una casa, dalla casa di sua sorella, dove, finite le sue misere mille lire, finite le speranze di riavere la dote, Grazia Bevilacqua l'aveva messa alla porta. Certo, suor Giovanna della Croce era rotolata anche più giù, caduta al grado di una serva volgare, rientrando in casa sua di sera, stanca, morta, balbettando le sue preghiere nella stanchezza, digerendo, nelle orazioni, le amarezze fisiche e morali di cui era stata piena la sua giornata: ma asservita come era, il suo giogo le era diventato meno pesante. Tante altre serve, come lei, erano più bistrattate, dovevano lavorare di più, erano meno compensate, dovevano obbedire a cinque o sei persone, esser vittime di tutti i capricci dei padroni, malate, affamate, sporche!
Era alla metà del quarto mese di servizio, in casa del giudice Camillo Notargiacomo, che suor Giovanna della Croce, di mattina, mentre spazzava il salotto, intese bussare alla porta. In generale, era difficilissimo che qualcuno bussasse, durante tutta la giornata: ma il ragazzo della trattoria veniva, verso quell'ora, a ritirare la stufa del pranzo, del giorno prima. Pure, non senza una certa emozione, suor Giovanna della Croce andò ad aprire la porta: in questi ultimi tempi, le raccomandazioni del suo padrone, contro coloro che avessero voluto entrare in casa, si erano fatte più pressanti. In verità, la vecchia monaca non aprì la porta completamente, ma ne schiuse una metà. E una voce sonora e dolce, insieme, una dolce e sonora voce femminile, disse:
— Vi è il giudice?
La monaca si vide innanzi un'alta e snella signora, che non poteva avere oltre i vent'otto anni, vestita con ricercatezza, con un viso bianco e fresco, dalle linee belle e non mancanti di nobiltà, con certi bei capelli castani folti e ondulati, una bella signora dalle mani guantate, dalla fine veletta abbassata sul volto.
— Non vi è, — disse la monaca, scossa, tentando di chiudere la porta.
— Benissimo. Io entro e lo aspetto, — disse nettamente e con la massima disinvoltura, la signora.
Schiuse la porta con atto tranquillo ma energico, scostò la monaca con la mano ed entrò in casa, chiudendosi la porta di entrata alle spalle. Allora la monaca, sconvolta, si pose a balbettare:
— Non dovete entrare.... non dovete.... il giudice non vuole nessuno.... avete capito?