— Una donna? Una signora?

— Sì, una donna, una signora, — replicò quell'altra, così smarrita, da non trovar altre parole.

— E l'hai fatta entrare! L'hai fatta entrare! — gridò lui, con tono più desolato che collerico.

— È entrata da sè. È entrata e mi ha cacciata. Ha detto che era vostra moglie.

Ed ella guardava il pover'uomo, infelice, misero, oramai, come lei; lo guardava, piena di strazio e di pietà.

— È vero, — disse il misero, il povero, l'infelicissimo uomo, a capo basso.

*

In quel pesante pomeriggio del cadente luglio, suor Giovanna della Croce tornava, lentissimamente, a piedi, dall'Ufficio dei Beneficii Vacanti, dove era stata a prendere la sua pensione mensile. La strada, non breve, doveva averla molto stancata, poichè la monaca trascinava il passo, come mai: la erta via e poi gli alti scalini della Via Settedolori le avevano tolto il fiato, completamente: ella dovette appoggiarsi al muro, per qualche minuto, prima di penetrare nel Vico Rosario Portamedina. Ordinariamente, quando camminava nella strada, non si guardava mai attorno, non dava retta alle parole dei monelli che ora la canzonavano, chiamandola zi monaca, zi monaca, che ora le chiedevano seriamente i numeri del lotto; crollando il capo a qualche esclamazione pia di femminuccia che si raccomandava alle sue preghiere; ma, in quella soffocante giornata di piena estate, suor Giovanna della Croce sembrava anche più distratta, anche più raccolta in sè: e andava curva, più dell'usato: e con gesto abituale la mano destra stringeva i grani del lungo rosario che le pendeva dalla cintura, li stringeva, con una mano quasi contratta da un'emozione interiore. Così pensosa, così assorta, suor Giovanna della Croce non si accorse di tre o quattro gruppi di persone che stazionavano innanzi al palazzotto, numero quarantadue, del Vico Rosario Portamedina: non si avvide di gente fermata, che parlottava vivamente nell'andito del palazzotto e nè di alcuni che salivano e scendevano. Veramente, a capo chino, a spalle curve, reggendosi alla ringhiera di ferro delle scale, la monaca era salita, a stento, a quel primo piano, ove ella abitava ancora, insieme con donna Costanza de Dominicis: ella dovette sostare, reggendosi allo stipite della porta, come se le mancasse ogni forza, mentre toccava lievemente il campanello.

La bruttissima faccia di donna Costanza, dove brillavano due occhi pieni di una divina bontà, quando ella venne ad aprire, era stravolta: la sua chioma stirata e lucente di contadina civilizzata, era tutt'arruffata: le sue labbra larghe e violacee erano gonfie, come di singhiozzi già scoppiati e da scoppiare: il suo fazzoletto da collo era tutto spiegazzato. E a malgrado la sua distrazione in un grande pensiero o in una grande cura, suor Giovanna della Croce si accorse di quell'aspetto nuovo e strano. Donna Costanza era una donna coraggiosa e allegra: qualche volta andava in collera, ma triste non era mai. Le due donne si guardarono in faccia, in quella nuda saletta di entrata, senza scambiare una sola parola. E mentre donna Costanza si avviava verso la stanzetta che serviva da salotto, da camera da pranzo, da dispensa, suor Giovanna della Croce, invece di ritirarsi nella sua camera, la seguì. Senza parlare, si sedettero una da un lato, l'altra dall'altro lato della tavola, su cui era disteso un vecchio tappeto di lana: senza parlare, si guardarono nuovamente in volto, e ognuna lesse nel volto dell'altra un dolore vivo e sincero, uno schietto dolore che non temeva più la folla della via, l'irrisione degli estranei, degl'indifferenti: e ognuna si sentì, per sè, per l'altra, triste sino alla morte.

— Che è stato? — fu la prima a rompere il grave e dolente silenzio, suor Giovanna della Croce.