— Oh guai, grossi guai, sorella mia! — esclamò desolatamente la salernitana, mordendosi le grasse labbra violacee, per non rompere in lacrime.
— Che guai, che guai? Voi state bene? Errico sta bene?
— Sì, sì, sta bene, povero bel figlio mio, sta bene, ma non è questo, non è questo, zi monaca mia, il guaio che ci è capitato!
— Un grande guaio? — chiese, esitando, molto pallida, suor Giovanna della Croce.
— Grande, grande! Una cosa, Signore, Signore, che non ce la meritavamo, Errico e io, poveretti, che abbiamo lavorato e stentato, per tanti anni; non ce la meritavamo, suor Giovanna, con le privazioni e le cattive giornate, per cui siamo passati! — e la salernitana, ruvida nel suo dolore, si torse le braccia come per infrangersele.
— Un po' di pazienza, un po' di pazienza, donna Costanza mia, — soggiunse suor Giovanna della Croce, sempre con la sua voce incerta e un po' flebile, — e sopporterete meglio questa tristezza. Ditemi che è. Io.... io sono una povera monaca.... così povera, che nessuno più.... ma, forse, una parola, potrò dirla per consolarvi....
— Ah! che voi non potete nulla, cara zi monaca mia, nè voi nè le vostre sante parole! Dio se ne è scordato, di noi, nel cielo: dorme, dorme, il Padre Eterno!...
— Zitto, per carità! — trovò forza di gridare suor Giovanna della Croce innanzi a quella bestemmia. — Non dite questo, che è peggio! È peggio! Scampate l'anima, almeno!
— Ah, sorella mia, sorella mia! — gridò donna Costanza, dando in un impetuoso scoppio di pianto.
Era un pianto ardente, rude, che scuoteva tutta quella complessione di donna avvezza alle pesanti fatiche, ai diuturni sacrificii, alle abnegazioni fisiche e morali: erano lacrime roventi sull'orrendo viso sconvolto dallo spasimo. Suor Giovanna della Croce si era fatta anche più smorta, nello scarno volto oramai solcato da mille rughe: e lasciando piangere donna Costanza, comprendendo che quello sfogo era necessario, era salutare, aveva, due o tre volte, con fervore, baciato il Crocifisso sospeso al suo rosario.