— Ditemi che è, donna Costanza, — soggiunse, come la vide più calma.
— Una rovina, zi monaca, una vera rovina! Sapete che Errico mio si doveva laureare in medicina, questo anno, e avrebbe subito fatto un esame per medico condotto in qualche paese, qua dintorno, e ce ne saremmo andati via, insieme, col mio bel figliuolo, infine dottore, a guadagnare lui la sua vita e la mia, io a servirlo sempre....
— Ebbene?
— Errico, stamane, è stato riprovato in due materie: le due ultime, le più importanti.
— Vuol dire che non gli danno più la laurea?
— Non gliela hanno data. Lo hanno riprovato! Capite, mio figlio che studiava nove e dieci ore al giorno, poveretto, che si alzava di notte per perdere la testa sui libri, e io che mi levavo per fargli un po' di caffè, e che mi sentivo stringere il cuore a vederlo patire: riprovato, un giovanotto simile, così bravo, così buono, capace d'insegnar la medicina a mille studenti e a mille professori: riprovato, riprovato in due materie!
— Ma come è stato? — domandò, confusa, triste, suor Giovanna della Croce.
— Ingiustizie, ingiustizie! Due assassini di professori, due bestie infami, due carnefici stupidi, zi monaca mia! Ah è una cosa da morire, da morire!
— Non vi è rimedio, è vero? — soggiunse timidamente, tristemente la monaca.
— Che rimedio! Che rimedio! La borsa finisce con questo mese di luglio e a un riprovato, come il mio povero Errico, chi darà più niente? Come aspetteremo un altro anno? Di che vivremo? Come pagheremo la casa, come mangeremo?