Un lugubre silenzio regnò fra le due donne. La monaca pareva oppressa, accasciata, piegata in due, verso la tavola: la salernitana si teneva la testa fra le mani, almanaccando dolorosamente sul proprio destino.

— Ah, suora mia, non ho mai mancato di coraggio, ma ora sono per terra. Quel figlio, quel figlio! Come gli darò da mangiare, io, per un anno? E se egli volesse lavorare, dove trovar lavoro e come farlo, quando deve studiare? Sentite, sentite, sono stata troppo ambiziosa, ho peccato di superbia, dovevo rimanere con mio figlio in paese, fargli fare il contadino, con quel pochissimo di roba che avevamo! Ho voluto farne un medico, un signore, ecco quel che mi è successo, Dio mio, che faremo mai? In questo grande paese, dove non vi è lavoro per nessuno, come vivremo?

Un singulto ruppe la voce di suor Giovanna, uno di quei singulti senza lacrime, dei vecchi.

— Ah se non avessi Errico, suor Giovanna, io farei come ha fatto il giudice Notargiacomo, al quarto piano.... non ne posso più di patire, come lui.

— Che ha fatto?

— Si è ucciso. Si è buttato dal quarto piano, nel vico dello Splendore, stamattina.

— Ah! — gridò la suora, come se svenisse.

— Non ne poteva più, pare, con quella moglie. Essa era una birbante, una pessima donna, che lo copriva di vergogna, gli toglieva i denari, gli toglieva tutto, ed egli, così cattivo in Tribunale, non sapeva resistere a lei. Tre volte è fuggita; tre volte è tornata. Alla terza, il giudice non ha avuto la forza di vivere, con lei; vi è stato due mesi, soffrendo mille morti; stamane, all'alba, si è buttato dalla finestra.

— È morto?

— Sul colpo, sembra. Ma non se ne sono accorti, che due ore dopo: egli è caduto nel giardino dello Splendore. La moglie dormiva profondamente e non ha udito nulla. È ancora lì, non l'hanno tolto: ma io non ho avuto il coraggio di mettermi alla finestra.