— Buonanotte! donna Carminella.

— Buonanotte a voi! — rispose il donnone, con aria indifferente, senza neppure fissare colei che la salutava.

— Mi avete conservato il letto? — richiese l'altra, con non so quale timidezza.

— Ve ne sono quanti ne volete di letti, — borbottò donna Carminella. E soggiunse, subito, aspramente:

— E voi, avete portato i cinque soldi?

— Sissignora, sissignora, li ho portati, — rispose subito la donna, mettendo la mano in tasca.

— E cavateli, — disse donna Carminella, sogguardando con aria di diffidenza.

Dalla tasca della gonna la donna cavò, ad uno ad uno, i cinque soldi e li depose, dopo averli novellamente contati, sovra un tavolino, a cui si appoggiava, sempre un po' ansimante, la colossale padrona della locanda. Allora si vide, nel cerchio di luce del lume a petrolio, la mano della donna che deponeva i soldi: una mano lunga, scarnissima, dalla pelle indurita e grigiastra, su cui si disegnavano, molto grosse, violacee, le vene della mano dalle dita nodose, contratte, tremanti. La mano si ritirò, sparve, la donna restò in piedi, nell'ombra. Donna Carminella prese i soldi, li contò, li guardò ad uno ad uno, li fece anche saltare sulla tavola; poi, li intascò e soggiunse, quasi a dare una certa spiegazione:

— È impossibile fare credenza, capite? Qui si stenta giorno e notte, e che si ricava? Poco o niente. Se dovessimo far credenza, saremmo morti.

— Avete ragione, avete ragione, — mormorò l'altra, con un sospiro umile. — Vi è molta gente stasera?