— Così, così, — borbottò il donnone, sospirando anch'essa, cioè ansimando, ammansita un poco. — Ma siamo troppi. Vi sono troppe locande. Ve ne sono a quattro soldi, a tre soldi, proprio delle cantine, dei sotterranei, capite? Ancora un poco e vi saranno locande a due soldi, uomini e donne nella stessa stanza, e non se ne vergognano!

— Gesù! — disse l'altra, sonnolenta.

— Qui siete tutte donne, in una stanza, lo potete dire. Il timore di Dio, prima di tutto! Ci dormireste, voi, in una stanza dove si corica un uomo?

— Io preferirei dormire nella strada, sulle pietre, — soggiunse la donna, con un brivido di orrore nella voce.

— E perciò pagate cinque soldi! — esclamò trionfalmente donna Carminella. — Se volete andare, potete: sapete che è la terza stanza, la migliore.

— Chi vi è, stasera? — interrogò timidamente l'altra.

— Da voi? Vi è donna Fortunatina, sapete, la butterata, quella che sta a mezzo servizio: nel suo letto ho permesso che tenesse le sue due bambine. Che ci volete fare, un po' di carità ci vuole! Si stringeranno. Mi son presi solo cinque soldi; il mio cuore è troppo tenerello. Nel secondo letto, vi è una nuova, una giovane. Non la conosco. Si chiama Maddalena Sgueglia. È malata, pare. Ha una tosse, una tosse! Speriamo che vi lasci dormire. Gli altri due letti sono vuoti.

— Io vado, buona nottata! — disse la donna avviandosi.

— Buona nottata! Ho da vegliare come sempre. Faccio giorno notte e notte giorno. Dormo demani, io! Quel sonno che non mi va nè per l'anima, nè per il corpo.

— Non potreste dormire? — osservò dolcemente la donna, che voleva ingraziarsela.