‟Te lo farò: addio!”

‟Domani, domani....”

Scappò via, scese nella strada, per pagare il cocchiere.

‟Sarebbero tredici lire, sor padrone, è finito un altro quarto d'ora.”

Riccardo, generoso e superstizioso, per evitare il numero fatale gli dette quattordici lire; quando la carrozza si fu allontanata, egli prese la sua via, fra le onde di persone che rincasavano per pranzare, che si avviavano alle trattorie. Le botteghe del Corso erano sfolgoranti di lumi e di tentazioni, e nell'umidore di quella prima ora serotina, fra i volti pallidi delle persone affaccendate, fra le facce stanche di chi ha consumato le forze in una giornata di lavoro, qualche viso femminile, tutto dipinto, dagli occhi bistorti, appariva e scompariva, nascondendo l'ansietà sotto il sorriso. Ma in Riccardo la distrazione era profonda; cessata l'ansietà del bisogno immediato, una più grave, più profonda si faceva largo, cresceva nella sua anima. Le mille lire della cambiale, girata a Pompeo Savelli, quelle mille lire introvabili, impagabili, erano la sua grande tortura, come il cocchiere era stato la sua piccola tortura. Giusto sopra un cartellone rosso si promettevano mille lire di compenso a colui che sapesse trovare una tintura dei capelli migliore di quella di Zempt: e una mancia competente era promessa, in un piccolo cartellino bianco, a colui che riportasse a chi li aveva smarriti, sei fili di perle orientali. Riccardo pensava se non valeva la pena d'inventare realmente una tintura, per far la burletta di cavare le mille lire al signor Zempt; guardava per terra, macchinalmente, cercando i sei fili di perle, o un portafoglio smarrito: chissà, accadono certe cose così strane! La vetrina di Marchesini lo arrestò; egli si fermava sempre innanzi a quegli splendori, attirato, lusingato nelle sue fantasticherie: e una visione di mani femminili gemmate, di teste femminili coronate di gioie, di colli rotondi e bianchi anelanti mitemente sotto le collane di perle, passò tumultuosamente nella sua immaginazione. La donna lo rapiva di nuovo; in sogni di amore, di bellezza, di lusso: donna Beatrice Santaninfa preferiva gli smeraldi, i vivi gioielli delle bionde ardenti; donna Caterina Spinola amava le misteriose perle brune, tetre come i suoi occhi; donna Paola Spada scintillava di rubini, sempre insieme al suo ingenuo nastro rosso fra i capelli arruffati; donna Clelia Savelli i diamanti grossi legati in argento, i topazi vescovili di un delicato colore di vino bruciato, le amatiste gialle e vive. Donne e gioielli, belli idoli adorni di ricchi voti lo trasportavano via sopra le ali rapide del desiderio, e in fondo, nell'orizzonte del sogno, una leggera figura di biondina smorta appariva. Elsa Maria, una poetica sottile figura di donna dagli occhi dolcissimi, dalle chiome morbide sempre adorne di mughetti, in tutte le stagioni. — Bisogna che io trovi dei mughetti, — pensò il poeta.

E si avviò verso il Pierangeli in Via Frattina, ma a mezza via un'idea lo trattenne. Gli dovea dei quattrini al Pierangeli, non era possibile ritornarvi: eppure gli occorreva un ramo di mughetto, a ogni costo, per quella sera, per piacere a Elsa Maria, la delicata signora di quel grosso e grasso signore che era Pietro Magoz: Elsa Maria andava ogni sera all'Apollo a sentire il Lohengrin. Riccardo cercò il ramoscello di mughetto da tutti i fiorai minori, che stanno nei portoni e da quelli ambulanti, ma non ne avevano, la stagione era troppo inoltrata: e il bisogno di quel ramoscello verde carico di fiorellini bianchi si fece così impetuoso, che Riccardo entrò ansioso nella bottega profumata della Zamperini. Ne aveva, ella, dei mughetti, ma già un po' mangiati dal caldo primaverile, già un po' rosicchiati dalla ruggine dei fiori. Il migliore dei ramoscelli Riccardo lo pagò due lire. Lo portò via, felice, tranquillo, coi sensi soddisfatti.

Andava a casa, era per vestirsi in marsina, poichè doveva andare all'Apollo e in casa Savelli: voleva fare la sua toilette quotidiana di scrittore amato dalle donne, pallido, fantasioso, dagli occhi pregni di sogni, pranzare in una trattoria elegante, e poi farsi trascinare al teatro in carrozza, pensando, fumando. Salì una scaletta del numero settantuno, in Via della Vite, bussò al primo piano a una porticina scura, entrò in una stanzetta fredda e buia. La padrona di casa, ferma sulla soglia, aspettava che egli parlasse.

‟Sora Rosa, vi sono camice stirate per la marsina?”

‟Sicuro, sor Riccardo, sono qui sul letto, cinque o sei, le ha portate la stiratrice oggi.”

Al lume di una stearica fioca, egli osservò quelle camice insaldate, dure, lucidissime. Una era a fiorellini neri da estate: una aveva il goletto troppo alto, un vero capestro: la terza aveva il goletto arrovesciato, di quelli che non usano più: le due ultime avevano gli orli del goletto e dei polsini sfilacciati, da non mettersi.