‟Almeno, essendo molti, fossimo can-tanti, guadagneremmo più quattrini.”
‟Addio, Scano.”
‟Addio, Joanna; te fortunato, che vai via!”
‟Torneremo tutti, domani, non dubitare,” disse il poeta con malinconia.
Di nuovo macchinalmente si mise in carrozza, dando l'indirizzo del villino Savelli all'Esquilino; un novello cruccio sorse in lui, non potette più pensare ai sereni occhi bigi di donna Clelia senza vedere gli occhi freddi e chiari di don Pompeo, il marito, il banchiere: dietro il sorriso delle labbra rosee di donna Clelia, egli vedeva apparire il biglietto rosso della cambiale di mille lire. Aveva preso fra sè la grande decisione di parlare a don Pompeo della cambiale, perchè gliela rinnovasse, giudicando che non potea negargli questo piccolo favore: ma l'idea di doverlo dire là, nel salone di donna Clelia, lo torturava. Fino allora la parte dolorosa e la parte gioconda della sua vita erano state separate: le donne lo avevano consolato del suo sperpero quotidiano di quattrini, delle alternative crudeli di splendore e di miseria, ma ora questi due elementi contrapposti si univano, si confondevano, il suo tormento e il suo conforto erano una cosa sola. Per un minuto il volto gli si fece di brace, egli pensò di dovere le mille lire a donna Clelia e di non potergliele restituire l'indomani. Ma un largo e mite raggio di luna inondava Santa Maria Maggiore, la chiesa e la piazza, e nel giardinetto che circondava il villino Savelli un rumore di musica si effondeva; la palazzina, con le sue lunghe e sottili finestre dalle tendine increspate di seta rossa, tutta illuminata, pareva rossa e ardente. In silenzio il servo tolse il soprabito e la mazzetta a Joanna e lo precedette, senza far rumore, mentre la musica rinforzava. Joanna rimase sulla soglia, tranquillo, aspettando che la musica finisse, per salutare. Sedevano al pianoforte donna Clelia Savelli, la serenità, ed Elsa Maria, l'ideale, quasi trasparente, quasi consumata da un pensiero dominante; sonavano un pezzo di Beethoven, pieno di nobiltà. Tutta scintillante di coralli neri, di riflessi azzurrognoli, nero vestita, ma come corazzata di acciaio, donna Caterina Spinola si raccoglieva in una poltrona presso il pianoforte, ascoltando sapientemente; vestita di rosso, piccola e pungente, donna Tecla Spada teneva a bada due o tre giovanotti, parlando sottovoce, ridacchiando, scotendo il capo, incapace di prestare attenzione alla musica: mentre donna Beatrice di Santaninfa posava magistralmente sdraiata in una lunga seggiola, quieta nell'indifferenza plastica di chi si sente bella in mezzo a queste donne e a questi uomini felici; era la felicità delle cose belle e artistiche, i fiori freschi, le piante verdi, le azalee bianche e rosee, le delicate, futili statuine di Sassonia, i tappeti molli e le seggiole profonde fatte per i sogni.
Così dalle persone e dalle cose, dalla musica e dai sorrisi delle donne, un'onda di letizia venne a Riccardo Joanna. Perduto nell'ombra di una portiera di velluto, egli sentiva il suo spirito liberarsi da tutte le preoccupazioni, purificarsi da ogni miseria. Questo, questo era il suo ambiente, fra l'intenso magistero del lusso, fra la bellezza femminile, diversamente trionfante, fra gli ondeggiamenti della nobile arte musicale. Giammai, come in quella sera, erano giunte a lui impressioni così complesse e complete, così perfette: e Riccardo si concentrava nell'attenzione, godendo di un alto acutissimo piacere spirituale; alla fine, dopo tanto travaglio, dopo così varia fortuna, in quel giorno, il poeta ritrovava realizzato il mondo dei suoi sogni.
‟Buona sera,” disse sottovoce a donna Tecla Spada, mentre la musica finiva.
‟Eccola qua, signor poeta: così non mi si è potuta rapire all'Apollo questa sera!”
‟Per mia fortuna, contessa. Ho troppa paura per fuggire con lei.”
‟Paura? Noi possiamo ardere, signore, bruciare non mai.”