Questo bel giovanotto in marsina era pieno di una foga ardente d'indignazione, entrando nell'ufficio del Quasimodo, dove Gregorio sonnacchiava, con la sua faccia grave di filosofo pessimista. Riccardo non si prese neppure la pena di svegliarlo, entrò nella redazione deserta, rialzò il gas, e col soprabito addosso col bavero rialzato, col cappello sul capo, badando bene a non sporcare il candore dei suoi polsini, egli si curvò a scrivere rapidamente.
E come in uno specchio terso, fedele, tutte le impressioni amare e gioconde della giornata si trasfondevano in quella prosa ora secca, arida e tagliente, ora piena di mollezza e di soavità. Lo scrittore che non studiava più, che non leggeva più, che guardava intorno a sè la vita, ma senza vederla, che sognava sempre, per cui la esistenza era una visione fra dolorosa e leggiadra, lo scrittore traeva dalla viva, fervida anima sua la prosa del suo articolo. Dentro vibrava l'ironia dei cuori insoddisfatti, che non vivono abbastanza per la loro sete ardente di vita, vibrava la malinconia delle esistenze affrante dal lavoro e da una grande delusione o dalle piccole quotidiane delusioni, vibrava la gaiezza talvolta brutale dei temperamenti audaci nel desiderio, molli e deboli nell'urto reale dell'esistenza.
In fine, naturalmente, come sempre, le donne apparvero nella prosa di Riccardo Joanna, che parlava di una lunga e strana giornata romana: e subito un incanto nuovo surse in quella prosa, la parola divenne più efficace, più ardente, la frase si fece più rotonda, più carezzevole, piena di allacciamenti strani, lo stile salì alto. Come allucinato, egli scriveva scriveva, traendo dai suoi nervi la potenza e l'impeto, traendo dal fosforo del suo cervello la verità dell'immagine e la bellezza della parola: egli gettava, col magnifico, generoso abbandono giovanile, tutto un cumulo di forza, sentendosi ancora troppo ricco in quell'ora di eccitamento.
‟Fai un articolo?” domandò Scano, entrando e cavandosi il cappello, sedendosi quietamente per fare la cronaca.
‟Sì, debbo finirlo presto,” mormorò Joanna.
‟Io fo la cronaca; essa è il mio male cronico.”
‟Che ora è?”
‟Le dieci e mezzo, a Piazza Colonna.”
Riccardo Joanna piegò di nuovo il capo, volendo finire subito, volendo partir subito per l'Esquilino, non resistendo all'idea di veder donna Clelia, dai denti che brillavano, dagli occhi grigi scintillanti. Non aveva più voglia di scrivere, ora, e tutta la sua prosa scritta con tanto fuoco, gli sembrava una cosa miserabile e inutile. La donna era stata la sua forza animatrice, un momento prima; ora diveniva la sua mortale, irresistibile debolezza. Bruscamente irritato contro quell'indegno lavoro da galeotto, che ogni giorno doveva fare, se voleva vivere, strozzò l'articolo. Rileggendolo a freddo, un grande disdegno di sè stesso e dell'arte gli empì di amarezza il cuore: anche in quella serata, al pubblico ignorante e scettico e brutale egli aveva aperto il suo cuore, come si apre alla madre, all'amico più caro, alla donna amata, aveva detto a una folla di sciocchi e d'indifferenti le più intime, le più tenere, le più melanconiche cose, aveva violato i più alti misteri spirituali. Una nausea di sè lo assalse, mentre si spazzolava, per andarsene:
‟Che mestiere da cani,” mormorava.