‟Non lo dite, non lo dite. Siete così bravo e dite tante cose belle alle donne, voi, come nessuno sa dirle, che le donne non si seccheranno mai di sentirle.”

‟Vi metterò nel mio articolo, domani,” disse ridendo Riccardo.

‟Uh! Sono troppo vecchia, figlio mio.”

Egli uscì, si mise in carrozza con un piglio deciso, come se buttasse indietro tutte le sue angustie. Voleva non pensare, voleva godersi la sua serata, poichè tanto tormentosa era stata la sua giornata: cercò di dimenticare guardando dalla sua carrozza, mentre fumava voluttuosamente un sigaro, i pedoni che si affrettavano ai teatri, ai circoli, ai caffè; non pensava a donna Tecla Spada, dagli occhi ardenti che avrebbe desiderato vedere molli di lacrime; pensava a Elsa Maria, il fragile fiore del nord italiano, che languiva nel pesante aere romano, povera creatura, a cui giammai forse sarebbe comparso liberatore il cavaliere del cigno. Oh, fosse egli stato un principe, un signore potente e audace, come l'avrebbe portata via, lontano, nel mare glaciale, Elsa Maria, la sottile creatura. Donna Caterina Spinola aveva bisogno delle grandi e brune navate, dei freddi marmi, dell'incenso, dei cantici sacri per essere amata; donna Beatrice di Santaninfa voleva trionfare nei balli, dove è profondo, invincibile il fáscino femminile; donna Tecla Spada amava la viva lotta dello spirito, il suo carattere pugnacemente nervoso si concedeva solo alle stravaganze del paradosso; donna Clelia Savelli aveva bisogno dei velluti antichi, degli argenti smorti, dei bronzi giapponesi, degli avori italiani medioevali per poter essere amata; Elsa Maria, la snella figurina esangue, aveva solo bisogno della candida neve e dei negri abeti. Riccardo Joanna avrebbe voluto fuggire in un grande paese sconosciuto, tutto neve, tutto candido e glaciale, al polo nord.

‟Non vi è teatro stasera a Tordinona,” disse il cocchiere, fermandosi innanzi al teatro buio e silenzioso.

‟E perchè?” chiese Riccardo, come risvegliandosi da un torpore.

‟È giovedì santo. Dove ha da andare?”

‟Portami in.... sì, in Piazza Colonna,” rispose il giornalista.

E si rigettò, annoiato e deluso, in fondo alla carrozza.

Natura vivamente impressionabile, ma fugacemente, il teatro chiuso, tutta quella toilette inutile, il non poter vedere donna Tecla e la divina Elsa Maria, tutti questi contrattempi presi insieme gli davano un grande senso d'infelicità. Quando scese di carrozza e pagò due lire al cocchiere, delle sette che possedeva, dette una crollata di spalle da uomo disperato: a capo basso salì le scale del Quasimodo. Era deciso, andava a scrivere l'articolo, tanto non vi era nulla di meglio da fare sino alle undici, in cui decentemente si poteva fare una visita a donna Clelia Savelli: voleva scrivere l'articolo per noia, per collera, odiando i caffè, odiando la gente, odiando la propria debolezza, sentendo che non vi era per lui altro scampo, altro rifugio che il lavoro.