‟Per carità, sora Rosa, toglietemi dinnanzi tutti questi piatti sudici.”

‟Sì, figlio mio: bevete il vostro caffè. Grandi conquiste stasera? Volete venire a guardarvi tutto nello specchio del mio armuàr?”

La padrona di casa reggeva il lume nella sua camera e Riccardo si guardò due o tre volte di faccia e di profilo, nel grande specchio dell'armadio.

Passò il fazzolettino di batista nello sparato del gilet e se ne ritornò in camera sua, dove lo seguì la sora Rosa.

‟Non dimenticate nulla,” gli disse la padrona, e gli porse i guanti, il portafogli, la mazzetta.

Macchinalmente egli aprì il portafogli e vide sette lire da una parte, il biglietto rosso del banco Savelli dall'altra. Uno smarrimento subitaneo, rapido, lo colse: calcolò mentalmente quante ore lo separavano dall'indomani a mezzogiorno, in cui doveva pagare le mille lire. Erano le nove; in quindici ore doveva trovare mille lire o far protestare la sua firma.

‟E domani c'è articolo, sor Riccardo?”

‟Domani? non so.... forse ci sarà....”

‟La signorina del terzo piano si lagna, vorrebbe che scriveste ogni giorno....”

‟Si seccherebbe poi, sora Rosa.”