‟Sì.”
‟Frutta?”
‟Sì, sì.”
Riccardo rientrò chinando il capo, era il pranzo cattivo, segreto e umiliante dei giorni poveri, il pranzo da poeta bello, vanitoso e sognatore fatto in fretta nella piccola stanza in disordine, al chiarore di una stearica, scostando un calamaio dove l'inchiostro si era seccato, un volume di Baudelaire tutto macchiato di cera, una bottiglia di acqua di fieno. Dopo dieci minuti il cameriere era risalito un paio di volte taciturnamente, lasciando la porta socchiusa, portando due o tre piatti coperti, stendendo un tovagliolo grossolano sul tavolino, posandovi sopra dei panini biancastri, poco cotti, due mele e un fiaschettino impagliato pieno di un vinello color giallo. Sempre in silenzio, il cameriere dalla giacchettina troppo corta coi risvolti unti, posò accanto al piatto degli gnocchi il conto che ammontava a due lire e sessanta. Riccardo pagò, prima di pranzare, e dette venti centesimi al cameriere. Solo solo, torvo, soffrendo solitariamente, col capo abbassato, egli divorò quegli gnocchi su cui il grasso si era gelato, quel mezzo pollo tutto coperto di grosso pepe nero, bevve quel vinello romano acidulo che raschiava la gola, mangiò una mela e respinse sul tavolino tutti i piatti sporchi.
‟Ecco la camicia,” disse trionfalmente la sora Rosa rientrando.
E per fargliela ammirare, ella andò a prendere un suo lume a petrolio, che diffuse un maggior chiarore e un po' di allegria in quella stanzuccia.
‟Avete pranzato qua? Chi sa che intrugli vi avrà portato Checco? Volete che ve lo faccia un poco di caffè?”
Egli disse di sì, voltando la testa per non vedere quei piatti sudici e la posata sporca. Come sempre, le donne erano carezzevoli con lui, gli volevano bene istintivamente, sedotte da quella pura fronte bianca, dalla melanconia di quei begli occhi languenti, dalle linee delicate e affaticate di quel volto giovanile.
Cominciava a vestirsi lentamente, di migliore umore, indossando volentieri quella livrea nera e bianca, dando con la sua persona una grazia all'abito moderno, un po' tetro: e quella sua lenta trasformazione da lavoratore stanco e infelice in uomo di società, pallido ma elegante, quell'appressamento graduale che egli veniva compiendo ad un mondo più felice, più ricco, gli ridavano la coscienza di sè stesso.
Profumandosi i ricci e bruni capelli, arricciando il molle mustacchio sulle morbide labbra, dando una correzione britannica a tutto il suo vestito, egli sentiva svanire la sua malinconia.