‟Impossibile, mio caro,” disse l'altro con una intonazione di freddezza. ‟La cambiale non è nostra.”

‟Mi.... mi farebbe piacere....”

‟È impossibile, ve lo assicuro. Ma per voi è così facile essere in misura! Guadagnate quel che volete, voialtri scrittori! noi poveri uomini d'affari....”

‟Buona notte,” mormorò Riccardo con molta dolcezza.

‟Buona notte.”

Il giornalista traversò la piazza lentamente: sonava l'una. La sua giornata finiva così.

Mentre discendeva per Via Nazionale deserta, lucidissimamente, come se egli fosse uno spettatore disinteressato, innanzi ad un palcoscenico, dove ferveva il dramma, tutto quello che egli aveva pensato e fatto, tutto quello che gli era accaduto, gli riappariva. Senza amarezza, senz'ironia, freddamente, con una potenza grande di visione, egli si rivide sognatore inerte, indeciso, lasciarsi prendere da un profilo femminile, da una mano sottilmente inguantata, si vide vagabondando da una bottega di dolci a un'esposizione di beneficenza, da un concerto ad una chiesa, da un magazzino d'arte a un fioraio, da un teatro, ad un salone, ozioso, senza volontà, senza coraggio, subendo l'attrazione femminile come un fanciullo, sacrificando ad essa il suo tempo, i suoi pochi quattrini guadagnati stentatamente, trascurando il suo lavoro che era tutta la sua forza. Vide tutta la sua immensa, inguaribile vanità; e ne analizzò tutta la vacuità. Poichè queste donne che come Dalila congiuravano serenamente, inconsciamente, a togliergli la forza, in realtà egli non le amava; nessuna di esse gl'ispirava una di quelle ardenti passioni che tutto devastano: e il sentimento per cui tutto egli sacrificava non aveva nè altezza nè nobiltà, era una certa attrazione dell'istinto, una simpatia, un arrovellamento dell'amor proprio. E il più grave di tutto ciò, il più comico e doloroso, nello stesso tempo, era che nessuna di queste donne lo amava, lo guardavano dolcemente, gli sorridevano, lo conducevano in chiesa, al concerto, nel negozio di antichità, mangiavano i pasticcini con lui, sonavano una mazurka di Chopin, ma non lo amavano, no, nessuna. Per loro come per lui, quella compagnia, quella conversazione, quell'essere, insieme, era una piccola soddisfazione di vanità, l'appagamento di una simpatia a fior di pelle, il diletto spirituale senza peccato, la piccola battaglia delle frasi: e anzi tutto, sopra tutto, quel largo odore d'incenso che il poeta tributava loro nella sua prosa e nei suoi versi. Ma niente altro: e a nessuna di esse veniva in cuore il desiderio di amarlo, di entrar nella sua vita, di portarvi la dolcezza ed il coraggio; e quanto egli poteva soffrire, a quelle donne era indifferente. Alta e rotonda brillava la luna nel cielo: e di questi suoi trionfi, di queste sue conquiste che gli fruttavano tanti nemici, egli sentiva la inanità, la miseria; egli sentiva la grande indifferenza femminile che sa ammantarsi di cortesia, ma che più oltre non sa andare; sentiva la grande frivolezza muliebre, la forma più seducente di un egoismo ponderato e tranquillo; fra lui e tutte quelle donne non un legame di affetto, di tenerezza, di amicizia: solo il vincolo della vanità. Egli si sentiva solo, per sempre solo.

‟Joanna?” disse una dolce voce femminile, da una carrozza ferma in Piazza Venezia, alla luna.

‟Buona sera, Chérie,” disse lui, alla donna tutta ammantata di bianco.

‟Dove andate?”