A Paolo salirono le lagrime agli occhi, ma rispose allegramente:

‟Ne avremo, ne avremo, piccolino, non dubitare.”

Riccardo scappò fuori, tutto felice; l'anticamera, una stanzetta quasi buia, la cucina formavano la sua felicità. Nell'anticamera, innanzi a una scrivania, sedeva don Domenico, un vecchissimo e piccolissimo gobbetto, tutto bianco, tutto grinzoso, con certi occhietti vivi, il gerente responsabile del giornale, che teneva anche il registro degli abbonati e faceva i conti. Don Domenico era grande amico di Riccardo, lo lasciava scherzare col timbro colorato tutto umido d'inchiostro azzurro, gli regalava le ostie colorate, rosse, turchine, gialle: facevano insieme, il gobbetto antico e il bambino, certe conversazioni lente, a voce sommessa, a riprese:

‟Dove sta vostra moglie, don Domenico?”

‟È morta, signorino.”

‟Ah!”

Qui un silenzio: il gobbetto continuava a scrivere in quei suoi libroni.

‟Che avete fatto, don Domenico, quando è morta vostra moglie?”

‟Che dovevo fare? Niente.”

‟Papà ha pianto quando mammà è morta, a Milano,” diceva il bambino, con un accento da trasognato.