‟Senti, Joanna, se non trovo l'amministratore del Baiardo prima di mezzogiorno, verrò da te: e se mi fai trovare i quattrini ti darò i sonetti.”

‟Bene, ciao,” disse Riccardo guardandolo mentre s'allontanava dimenandosi inglesemente sulle anche, con le mani ficcate a forza nelle piccole tasche della piccola giacchetta.

‟Che cosa costa un giornale, ora, a Roma?” domandò il senatore, preso da una curiosità feroce. Joanna lo guardò negli occhi. Di nuovo colto da una speranza, e obbedì al capriccio del mite e feroce milionario.

‟Secondo i casi: il mio costa da otto a diecimila lire al mese.”

‟Per Dio! È un affar serio.”

‟Il conto è presto fatto. La carta dell'Uomo costa sessanta centesimi al chilo; ogni chilo dà una cinquantina di fogli, quindi per quattro a cinquemila copie si ha una spesa di cinquanta a sessanta lire al giorno, da millecinquecento a milleottocento lire al mese. La tipografia costa da trenta a trentacinque lire al giorno, ossia da novecento a mille lire al mese. La redazione ordinaria, compresi i corrispondenti dalle varie città d'Italia, duemila trecento, duemila quattrocento lire al mese. La redazione instabile, gli scrittori pagati ad articolo, le corrispondenze straordinarie, l'appendice.... da mille duecento a mille cinquecento lire. I telegrammi, su per giù, compresa la Stefani, mille cinquecento lire. La posta, il basso personale, il locale, il gas, millecinquecento lire. Fate il conto.”

‟E i proventi?” domandò il senatore, sempre tranquillo.

Riccardo sopraffatto da quella speranza che gli cresceva nel cuore, che ingigantiva, che diventava una follia, tenne dietro al milionario, come quei pescatori che gittano il rampone alla balena, e poi si fanno trascinare dal cetaceo ferito aspettando che abbia perduto le forze e che possano rimorchiarlo a terra.

‟Gli utili sono costituiti dagli abbonamenti, dalla vendita in Roma, e dalla vendita in provincia. Noi abbiamo pochi abbonati, perchè l'abbonamento è una cosa lunga, lenta.”

‟Quanti?” domandò il senatore.