‟Vai dal tabaccaio in Piazza Colonna, fatti dare un soldo di capsule per fucile.”

Il reduce lo guardò sbalordito, non tanto dal sonno, quanto dalla stranezza della commissione.

‟Spicciati: che hai? Non capisci?”

Tornò di là, si pose in tasca la pistola carica a metà, prese con le due mani nel cassetto un fascio di carte, le posò sulla scrivania. Oramai, la febbre finale, il gran delirio della distruzione lo teneva con una ossessione completa. Era una ebbrezza ardente di distruggimento, e insieme un'allegrezza, una consolazione ineffabile di troncare il martirio quotidiano, di perir nella lotta. Era la vanità e la vigliaccheria. Pensava al supremo e tragico bene della insensibilità infinita, alla sensazione finale della morte, all'articolo che l'avrebbe annunziata, il giorno seguente, nell'Uomo che ride. E un desiderio lo prese, una voglia morbosa di giornalista che muore di giornalismo: prese un pezzo di carta e una penna, e scrisse:

‟Non voglio che la mia morte sia annunziata da altri che da me. Io muoio col mio giornale, come il capitano con la sua nave. Noi abbiamo lottato gigantescamente con la tempesta, il mio giornale ed io, sul gran mare della pubblica opinione. Quando ho sentito che il giornale colava a picco, mi son bruciato le cervella sul ponte di comando. A quelli che mi hanno seguito con amore nel combattimento, mando l'ultimo saluto: agli altri offro l'olocausto della mia vita. Così ne fossero contenti! Per parte mia, rompo la mia gioventù, la mia forza, le mie speranze, lietamente. La stampa, come tutti gli stromenti della civiltà, vuole le sue vittime umane. Io mi getto con gioia, con fede, con entusiasmo, nelle fauci del mostro. Un giornalista cade sulla breccia: Evviva il giornalismo! — Riccardo Joanna.”

Joanna scrisse il suo ultimo articolo tutto d'un fiato, con impeto, con passione, come ai bei tempi antichi, lo rilesse tre o quattro volte delibandolo, pregustando con raffinatezza feroce la profonda impressione che avrebbe fatto il giorno seguente. — Ecco il più bell'articolo della mia vita, — pensò. — Lo riporteranno tutti i giornali: Wood lo telegraferà al Times — e, con la compiacenza con cui Carlo V doveva contemplare il suo funerale, prese una matita rossa, e scrisse in cima al foglietto: Primo articolo. C. 12 (corpo dodici).

Fumò lungamente, guardando il fumo, pensando con tanta intensità, che la percezione delle sue idee gli sfuggiva, sentendo però in tutto il corpo un accrescimento formidabile di sensibilità, un'espansione fortissima di calore, come se la sua vitalità si andasse di minuto in minuto centuplicando per morir poi tutta quanta d'un tratto. Cominciò a scernere le carte: fra le prime, gli capitò il verbale del suo ultimo duello, col direttore della Pace, per un articolo veemente dell'Uomo che ride. Lo rilesse, lentamente, per richiamarsene tutti i più minuti particolari, per riprovare la sensazione della morte che aveva avuto quella mattina, acutissima, quando i padrini comandarono l'attacco ed egli si lanciò addosso all'avversario, con la spada avanti, e si sentì la punta fredda entrare nella spalla, profondamente. Accese una candela, accese alla fiamma il verbale. A che serviva? Quella era stata la prova della morte: ora veniva la rappresentazione vera della tragedia. Subito, la stanza si empì di fumo: quel mezzo non andava; i romanzieri avevano torto di adoperarlo sempre, nella catastrofe dell'amore. L'amore! Povero amore! Povera e meschina passione che non salva gli uomini dalla rovina, nè dalla morte, e che non li rovina, nè li uccide. Prese un pacco di lettere, le ultime, l'ultima passione. Non le rilesse, non sentì il desiderio di leggerne neppur una: tutto era finito: proprio. Si alzò, s'accostò alla finestra, l'aprì: nel cortiletto buio una finestra illuminata versava un fragor di voci, maschili e femminili, miste. Sciolse il pacco, cominciò a stracciar le lettere in pezzettini minuti, le buttò nel cortile, piano, piano: sentiva il freddo umido del vento lambire la sua pelle, senza raffreddarla: pareva anzi che il vento s'infocasse, toccandola. Tornò alle altre carte: cominciò a stracciarle come venivano, tutte senza distinzione, buttando i frammenti nel cestino ov'erano alcuni giornali e parecchi articoli non pubblicati. — A che lasciarsi dietro delle carte inutili? — E distrusse un fascio di fatture non saldate, di lettere impertinenti di creditori, lettere di azionisti che avevano promesso di pagare e non avevano mai pagato, lettere di redattori che si offrivano, o che si dimettevano: tutta la storia dell'Uomo che ride, tutto l'archivio d'un giornale, ch'è importante e ricco, umanamente appassionato come un archivio di questura. Infine, preso da un'impazienza, da una furia, stracciò senza più nemmeno guardare. E sedette da capo, per tornare a scrivere. Ma questa volta senza impeto, senza enfasi. Scrisse a Giulio Frati, semplicemente, affettuosamente, chiedendogli perdono dell'inganno, lasciandogli in eredità il giornale, supplicandolo di fare sforzi sovrumani per tenerlo in piedi, dandogli una folla di consigli e di ammonimenti. Scrisse ai suoi redattori, ringraziandoli del concorso generoso e amoroso, della loro abnegazione, del loro coraggio, raccomandando anche ad essi il giornale. E suggellò tutte queste lettere, una dopo l'altra, accuratamente, chiudendo anche la sua necrologia in una busta gialla e scrivendovi sopra: Al proto per domattina. Mise questa busta al posto solito, sulla scrivania, sotto il timbro, ove il proto, quattro o cinque volte nel giorno e nella notte, veniva a cercare l'originale, per l'edizione della sera e quella della mattina.

Per le scale salivano i redattori, con Frati, parlando forte, facendo un rumore grande in quel buio silenzioso. Frati aveva pescato Paolo Stresa al Valle, Malgagno al caffè, Bagatti nell'ufficio del Sancio Panza, ove la sera c'era circolo. Aveva dato la voce, qua e là, nei due o tre posti ove i giornalisti bazzicano la notte, al telegrafo, da Morteo, alla birreria del Quirino, di avvertire gli altri di mano in mano che capitavano. Erano eccitati tutti: avevano tutti un presentimento, una divinazione tragica: portavano anche l'esaltazione dei luoghi ov'erano stati, poichè ovunque, come per una fatale combinazione, non avevano sentito parlare che di Joanna, non avevano parlato che di Joanna. Bagatti era atterrito. I suoi antichi amici del Sancio Panza, che gli avevano sempre rimproverato il suo attaccamento a Joanna, quella sera erano tutti pieni di lodi per L'Uomo che ride, dicevano che Joanna era un forte polemista, che il suo giornale era molto bello: peccato! Ma, già, il pubblico è così strano: chi ci capisce nulla? E mormoravano a tratti, smorzicatamente, delle frasi di malaugurio, la pietà del giornalista che è contento della disfatta d'un nemico e mortificato insieme della disfatta del giornalismo. Qualcuno disse che l'Associazione Costituzionale, ieri, aveva assegnato alla Patria le trentamila lire promesse a Joanna. Un altro disse:

‟Stasera Joanna ha fatto un tentativo disperato col senatore ***. Aveva una faccia stravolta. Il senatore s'è fatto fare il bilancio del giornale: è rimasto spaventato: non gli ha voluto dare neppure un soldo.”

Un altro disse: