‟Io non mi movo di qua, parla pure,” disse Frati.
‟Senti dunque. Noi non possiamo andare più avanti. Il senatore, quello che da principio mi aveva promesso di darmi quindicimila lire, e poi non volle far altro che avvallarmi la cambiale di Fontanella, di tremila lire, me ne ha ricusate mezz'ora fa diecimila. L'Associazione Costituzionale, che mi ha menato in giro per un mese, all'ultimo momento, ieri, ha dato le trentamila lire alla Patria. Fontanella non vuol farmi più credito, la tipografia non stamperà il giornale domani se non pago, voi da due mesi non siete pagati, anzi io sono indebitato con tutti voi, con te, con Stresa che mi ha dato il suo stipendio il mese scorso, con Bagatti che ha impegnato il suo orologio per me, persino con Bertarelli che mi ha trovato ottocento lire da uno strozzino. Noi dovremmo dunque domani sospendere il giornale. Invece, senti che cosa ho pensato. Io parto domattina all'alba, per l'Alta Italia: voi fate uno sforzo disperato per trovare dei denari e per ottenere una dilazione dalla tipografia, e tirate avanti per otto giorni ancora, a qualunque costo: io vado a Milano, a interrogare i negozianti arditi che hanno bisogno di réclame, i ricchi ambiziosi che hanno bisogno d'appoggio per riuscire; poi fo una corsa a Genova, e batto in breccia tutti i ricchi industriali che hanno tanti svariati interessi; i proprietari di cantieri che hanno bisogno di ordinazioni dal governo, i moderati che sono irritatissimi della prevalenza radicale; passo per Torino, ove do l'assalto alle banche che vogliono tentare a Roma delle imprese di costruzione, ai ricchi commercianti che temono dei disastri all'apertura della galleria del Gottardo: riunisco in un fascio gl'interessi più opposti, quelli che vogliono assicurarsi il possesso della ricchezza o del potere conseguito, e quelli che vogliono conseguirlo. Sarò qui tra dieci giorni, tra dodici giorni al più tardi con centomila lire, con un nucleo di aderenze, e non avremo più pensieri. Capisci?”
‟Capisco,” disse Frati, senza moversi dalla scrivania; ‟ma perchè non hai pensato a questo prima, in principio?”
‟I pensieri buoni vengono sempre in punto di morte,” disse Joanna gravemente, e subito rise: ‟dico per ischerzo, perchè son pieno di fede e di allegrezza: non mi far la tragedia. Sono contento: finalmente mi è venuta l'inspirazione: i giornali debbono posare sopra una base d'interessi pratici, di bisogni positivi: la base del giornale dev'essere la speculazione, non la politica: la politica è un sogno, è metafisica, è poesia frugoniana.”
‟Dunque tu parti domani?”
‟Sì, parto domani; e ti affido il giornale. Il servigio che io mi aspetto da te è immenso, è uno di quelli che legano per la vita e per la morte. Ora fammi un favore, va a cercare quanti più puoi dei nostri redattori: voglio parlar con loro prima di partire, voglio ufficialmente investirti de' miei poteri.”
‟Va bene,” disse Frati, ‟andrò, ma voglio anch'io un favore. Dammi il revolver che hai nel cassetto.”
‟Prendilo pure,” disse Joanna, ‟tanto, non mi occorre.” Frati lo guardò in faccia. Era tranquilla come non la vedeva più da due mesi, illuminata da un risolino persuasivo. Fu sul punto di lasciar lì il revolver, convinto, ma la sua natural prudenza prevalse. Aprì il cassetto, prese l'arme, se la mise in tasca.
‟Vengo subito,” disse.
Joanna, rimasto solo, tolse prima di tutto dal muro una delle pistole che stavano appese al semicerchio di bronzo, con le altre armi da duello; poi cominciò un lavorío lungo. Staccò le palle incastrate nelle cartucce del revolver rimaste nella scatola, e radunò la polvere sufficiente per una carica, la pigiò nella canna, la calcò con un pezzetto dell'originale di Paolo Stresa, vi calcò dentro due palle del revolver. Mancava la capsula. Dove trovare una capsula? Andò in anticamera, a svegliare il gerente.