‟Meno male, è uno di meno; ma già, non c'è mezzo di scampare: quando tutto manchi, il corrispondente del Fieramosca e quello della Gazzetta di Parma, domani o domani l'altro ammazzeranno il giornale e me, per telegrafo.”

‟Facciamo un articolo violento, smentiamo anticipatamente le voci possibili,” disse vivamente Frati.

‟A che serve? Lasciali cantare. Hai fatto la cronaca?”

‟Ne ho fatta una metà: vado a terminare.”

‟Spicciati. Stresa dov'è?”

‟Ora viene.”

Palumbo seguì Frati nella stanza di redazione: Joanna cominciò a passeggiare fumando nel breve corridoio tra l'anticamera e il salotto. Nel salotto, Bagatti, Bertarelli e Malgagno, radunati, stretti in un gruppo, parlavano a bassa voce. Quelli non avevano nessun dubbio: Bertarelli parlava della catastrofe come d'una cosa certa, inevitabile: già la considerava come un fatto di cronaca clamoroso, magnifico, come un grande avvenimento giornalistico; e spiegava minutamente le ragioni: e faceva la critica dell'Uomo che ride, i vizi organici della sua costituzione, la fretta della fondazione, l'inopportunità della sua nascita, l'intempestività del suo ideale politico, il difetto della sua redazione più letteraria che giornalistica; e faceva l'analisi psicologica di Joanna, troppo nervoso, troppo poeta, troppo visionario, un adoratore della parola, un nemico della sostanza. E così, di mano in mano, quel frate francescano del giornalismo, quel padre guardiano della libera stampa, così grossolano di gusti e così sottile di malignità, seguitava l'autopsia di tutto il giornale, di tutti i redattori, di Paolo Stresa, superficiale, vacuo, parolaio, con pretensioni letterarie; di Bagatti, retorico, rimbombante, inconcludente; di Frati incoerente, violento, ignorante, rozzo, che sarebbe rimasto sempre allo stato di mediocre, di speranza; dei reporters che andavano a cercare in Questura delle notizie già recate da tutti i giornali; di Malgagno che copiava dal resoconto analitico le relazioni della Camera; di sè stesso che traduceva gli articoli dal francese. E sotto la lingua velenosa del frate-sbagliato, che tagliava come un paio di forbici inglesi, che addentava, che mordeva, la demolizione di quell'opera ch'era costata tante fatiche, tanti dolori, tante umiliazioni, a cui avevano concorso tante giovani forze, tanta generosità inconscia, tanta abnegazione sconosciuta, avveniva. L'organismo malsano si sfasciava: un terrore riprendeva i due che lo ascoltavano, i quali si guardavano senza osare di più domandarsi: Come andrà a finire? poichè lo sapevano, lo vedevano ormai come doveva andare a finire.

‟Che fate adesso?” concluse Bertarelli. ‟È una sciocchezza inutile quella che s'è messa in testa Frati. Joanna è un uomo finito: si deve ammazzare per forza.”

E mentre Joanna, posseduto dal fantasma della sua fine che lo divorava silenziosamente, passeggiava tra alcuni suoi amici frementi di strapparlo alla morte e alcuni altri amici che lo abbandonavano alla fatalità, Paolo Stresa, infocato, ansante, rientrò con l'onorevole Sinibaldi, e con Wood. Entrarono tutti e quattro nel salotto, ov'erano quei tre a parlare, e che si empì. Il deputato meridionale, alto, colorito, con molta barba nera, e il giornalista inglese, secco, muscoloso, una pertica, si posero Riccardo in mezzo, sul canapè, parlando di cose indifferenti, travolgendolo in un discorso copioso, un po' sconcertati dalla sua apparenza tranquilla. A un tratto Wood gli disse bruscamente, lealmente, non sapendo più oltre sopportare quella falsa ipocrisia che non ingannava nessuno, quell'allontanare il discorso dalle cose che tutti pensavano, che tormentavano tutti gli spiriti:

‟Non avete più denari? Ammazzate il giornale.”