‟Sentite, Joanna,” disse il deputato Sinibaldi, alzandosi e traendosi Joanna nel vano della finestra. Gli fece un discorso lungo, pieno di saviezza, pieno di bontà affettuosa: gli voleva bene, aveva conosciuto suo padre. Joanna ascoltava, sorridendo sempre, non rispondendo mai, quasi per una cortesia fredda, per lasciar parlare sino alla fine quel bravo ed onest'uomo che si credeva in dovere di consigliarlo.
‟Sentite, Riccardo: persuadetevi. Il vostro bel giornale è prematuro: non può vivere, non può vincere la concorrenza degli altri più forti. Lasciatelo morire. Non abbiate falsi pudori. Nessuno vi rinfaccerà la disfatta. Vedrete: i vostri nemici, finita la concorrenza, saranno i primi a riconoscere che il vostro giornale è stato un miracolo di forza, di costanza, d'ingegno. Anche non riuscendo, voi avete dato una grande prova di voi, del vostro valore. Avete conquistato un nuovo pubblico, il pubblico degli uomini politici, della gente seria. A un nuovo tentativo, troverete appoggio da tutte le parti. Siete una forza, oramai: fra un anno, fra due anni, il punto d'appoggio lo troverete naturalmente, nel bisogno che si avrà di voi. Dove non è riuscito Sella, riuscirà Minghetti, riuscirà Spaventa, riuscirà fors'anche Bonghi. I vecchi partiti sono corrosi, crolleranno. Il partito, anzi la maggioranza del buon senso, della pratica, del lavoro, sta per costituirsi, per forza propria, necessariamente. Allora potrete fare un gran giornale, sopra una larga base parlamentare, sopra un solido fondamento finanziario. Ora abbandonate questo figliuolo, nato prima del tempo, e non vitale: siate spartano, uccidetelo, non vi fate uccidere da lui.”
‟Vi ringrazio assai delle buone parole,” disse Joanna, ‟ma non deve morire nè il padre nè il figlio.”
Il deputato lo guardò, stupito.
‟Io parto domattina per l'Alta Italia, vado a Milano, Torino, Venezia, a cercare i fondi necessari a tirare innanzi, finchè il momento buono non sia venuto, e il giornale possa continuare da sè.”
‟Buona fortuna,” disse Sinibaldi, non sapendo che pensare, addolorato davanti a quella frenesia persistente; e s'allontanò.
Ma Joanna cominciava ad essere stanco. Quella opposizione muta alla sua volontà lo irritava. Egli voleva morire, e tutti lo volevano tenere incatenato alla vita. Egli si voleva buttare nel gran mare del nulla, e tutti, tacitamente, senza dirgli nulla per dissuaderlo, con la sola forza della loro volontà, col solo influsso magnetico dell'amicizia, o della ripugnanza della morte, lo trattenevano alla riva. Per reazione, il fantasma della morte non lo tormentava più: ci si era assuefatto, lo vedeva in sè, con indifferenza. A ogni sguardo, a ogni parola di quelli che lo attorniavano, sentiva una nuova dissuasione dalla morte, e la ribatteva in sè, dicendosi che doveva morire, senza nessuna sensazione troppo viva. Solamente la fatica di quella giornata terribile gli penetrava nelle ossa, fiaccandolo. Pensò: — Come farò a stare sveglio sino all'alba? — E lungamente, meditò se dovesse dormire, prima. Intanto, per non farsi prendere dal sonno, ricominciò a passeggiare. Tutti i gruppi s'erano riuniti in un angolo del salotto: parlavano a bassa voce, mentre Joanna passeggiava: parlavano di lui, della sua sorte, apertamente, tutti, non facendosi più illusioni.
‟Ma se mi ha detto che vuole andare a cercar fondi pel giornale? Spera sempre,” disse il deputato.
‟Non gli credete,” disse Frati: ‟deve avere la pistola in saccoccia: ne manca una, in redazione: io non ci avevo pensato.”
‟Lasciamolo stare,” consigliò piano Bertarelli.