— Ancora centoventi ostinati che non vogliono il Tempo, — pensò fra sè.

E solo solo, nella grande severità della stanza mobiliata di velluto bigio, tutta incorniciata di legno quercia scolpito, dall'ampio caminetto fiorentino dove una bella vampa consumava le legna, seduto dietro la larga, profonda scrivania che aveva il massiccio e la forma di una fortificazione, egli pensò a questi centoventi ostinati, esseri fantastici, scettici, che non volevano saperne del Tempo. Forse il giornale non era abbastanza bello per loro, forse la corrispondenza telegrafica da Parigi, Londra, Berlino e Vienna, non sembrava loro abbastanza ricca: e quietamente, pesando le parole, egli scrisse quattro telegrammi, esortando i corrispondenti a telegrafare di più, a telegrafare sempre. Stese la mano sopra un altro bottone della tastiera elettrica: un altro usciere si presentò:

‟Questi telegrammi all'impiegato, li trasmetta subito.”

Poi, pensò di nuovo: forse quei centoventi sdegnosi non trovavano completa la cronaca, i reporters che aveva, evidentemente non bastavano al lavoro. E un'idea gli balenò, chiamò di nuovo il primo usciere:

‟Aspetta sempre il signor Cimaglia?”

‟Sempre.”

‟Fatelo entrare.”

Il signor Cimaglia entrò, con un'aria fra rispettosa e disinvolta: era un giovanotto biondo, con gli occhi un po' stanchi, di fisonomia simpatica, vestito con grande cura, correttamente; certo egli si era preparato a quel colloquio, come una fanciulla che deve incontrarsi con un presunto fidanzato. E tutto fece crescere il suo rispetto: l'ampiezza del caminetto, la mollezza del tappeto, la vasta mole della scrivania e l'accoglienza gentilmente fredda di quel signore in soprabito e in goletto chiuso, alla militare.

‟Le hanno già parlato di me?” mormorò il signor Cimaglia, già un po' confuso, sentendo che doveva cominciare lui.

‟Sì, credo,” disse lento lento Joanna.