‟Il signor deputato Galletti è stato tanto buono da scrivere delle cose molto lusinghiere per me....” fece Cimaglia, con un po' di fatuità.
‟Non ho letto la lettera,” disse freddamente il direttore del Tempo, arrestando l'espansione di Cimaglia.
Stese la mano, prese la lettera e l'aprì. Il candidato Cimaglia profittò di quel momento per studiare il volto di quel giornalista onnipotente: era un volto che doveva essere stato bello, ma sciupato, invecchiato; le rughe si diramavano dall'angolo dell'occhio, da quello delle labbra, deturpavano una fronte che doveva essere stata bellissima; poi, come una glaciale immobilità aveva colpito quei tratti, arrestandone la convulsione, e gli occhi erano smorti, spenti, tutta la faccia aveva la tinta terrea della lava raffreddata.
‟Anche Galletti la raccomanda caldamente,” disse Joanna, piegando metodicamente la lettera. ‟Lei vorrebbe entrare nella redazione del Tempo?”
‟Avrei questo desiderio,” disse con una certa modestia baldanzosa il Cimaglia.
‟E che titoli ha?”
‟Io mi sono laureato in lettere e filosofia, ho il diploma, ma la vita dell'insegnante non mi va, non sono nato per fare il pedagogo, voglio lanciarmi nel giornalismo, è l'unico mezzo per riescire....”
‟Ha scritto già nei giornali?”
‟Sissignore, ho scritto quando ero ancora all'Università degli articoli di erudizione in varie importanti riviste....”
‟Questo a me non serve,” disse Joanna, guardando sempre fiso il suo interlocutore, che aveva preso un certo tono di confidenza, l'abbandono dei giovani che credono all'amicizia del primo venuto.