‟Credo.... credo di non poter fare tale mestiere,” e accentuò la parola con un certo disprezzo.

‟Lo credo anche io,” soggiunse Riccardo, con una ironia profonda.

‟Scusi tanto; buon giorno, signore.”

‟Buon giorno.”

Lo scrittore se ne andò, mettendosi sotto l'ascella un manoscritto, che Riccardo non gli aveva neppur dato il tempo di offrirgli. Joanna si alzò dal suo posto, andò a riscaldarsi alla fiamma del caminetto, piegò un po' la testa, dalle tempia già rade, dai capelli brizzolati: e crucciosamente il pensiero di non aver ancora la cifra di centomila, segnata sulla vendita del Tempo, lo riassalse. Da due mesi aveva fatto preparare una grande leggenda a gas, così fatta:

IL TEMPO
Centomila copie

e voleva metterla davanti al terrazzo, una bella sera, orgogliosamente. Ma non poteva farlo ancora, malgrado il suo desiderio: malgrado il suo desiderio e le molte transazioni che avevano domato e vinto il suo spirito, non voleva mentire. Raggiunte le centomila, non una di meno, avrebbe fatto divampare la superba leggenda, che doveva contristare i suoi piccoli rivali ed empire di meraviglia il pubblico. E l'opera sua, così paziente, così lunga, così forte, gli sembrava meschina, incompleta, poichè ancora centoventi increduli si stringevano nelle spalle, udendo gridare il Tempo.

— Se dessi tre romanzi, invece di due? — pensava.

— Bussarono discretamente alla porta; era Colombani, il segretario della direzione, un impiegato, non un giornalista, di cui il doppio incarico era di scrivere talvolta qualche lettera ufficiale per conto di Joanna, ma quotidianamente doveva leggere tutti i giornali italiani e metter da parte tutti quelli che dicevano bene o male del Tempo. Era del resto un impiegato ignorante, zelante, molto preciso, che quietamente segnava di rosso gli articoli che parlavano male del Tempo, e di azzurro quelli che ne parlavan bene, portando ogni giorno, con un sorriso d'impiegato soddisfatto, questo fascio di giornali a Riccardo Joanna:

‟Molti rossi, oggi, Colombani?”