‟Abbastanza, abbastanza, da qualche tempo. Il Corriere di Piacenza ha tre colonne.”
‟Frati ha buon tempo,” disse ridendo Joanna.
‟Se la piglia con lei personalmente,” soggiunse l'altro, con un risolino di compiacenza, da stupido.
‟Al solito,” e si strinse nelle spalle.
‟Vi è nulla da scrivere, signor direttore?”
‟Nulla, andate pure, Colombani.”
Il segretario uscì. Malgrado l'acre desiderio che aveva di leggere il Corriere di Piacenza, anzi per vincersi, Joanna lesse quattro o cinque giornali, segnati di azzurro, una frase, una linea, una parola in lode del Tempo; siccome la vendita cresceva visibilmente, e il Tempo diventava più forte e più orgoglioso, le lodi degli altri giornali diventavano più parche, più brevi, più asciutte: e la gran maggioranza della stampa italiana, irritata dalla grande tiratura del Tempo, confrontandola con la propria meschina tiratura, serbava rancore profondo al giornale e attaccava copertamente, con allusioni maligne, o assaltava a viso aperto, con accuse violente e strampalate. Riccardo Joanna leggeva tutto, dalla prima parola sino all'ultima, talvolta sorridente, talvolta pensoso, non andando, apparentemente, mai in collera, abituato oramai all'ingiuria quotidiana, sapendone la causa palese e quella segreta. Anzi, spesso, tutto questo livore accumulato contro lui, allo scoppio rumoroso di tanti odii, lo rendeva orgoglioso, sentendo la forza che dà l'inimico: e piegava il capo, sorridendo, come per lasciar passare l'insulto. Oh nulla, più nulla restava del focoso animo meridionale, trabalzante a ogni più piccola frase che rivelasse malanimo, nello scrittore! Del giornalista che si era battuto due volte, per certi suoi articoli politici, nel Baiardo, del cronista mondano che quand'era al giornale Quasimodo si era battuto alla pistola, con un coraggio stoico, del direttore del giornale L'Uomo che ride che si era battuto alla spada, con un fortissimo avversario, non rimaneva più nulla: e gli eterni ghiacci dell'indifferenza, dello scetticismo, erano scesi in quell'anima. E non rispondeva mai: e i giornali avversari tornavano alla carica, furiosamente, resi feroci dall'aperto disprezzo del Tempo; sempre silenzioso, il Tempo continuava la sua strada, non facendo polemiche, sentendo di aver sempre ragione di fronte al proprio pubblico, conoscendo tutta la forza del disprezzo muto. In mancanza di risposta, la discussione cadeva, i giornali tacevano, rodendo la propria collera: salvo a ricominciare più tardi, sopra un altro tema, più veementi, più feroci. Qualcuno, talvolta, inconsciamente, imbroccava giusta l'ingiuria e la freccia andava a colpire il cuore di Riccardo Joanna: tutto quello che riguardava il suo passato di scrittore, prima del Tempo, nei tre giornali dove aveva scritto, conservatore, radicale, trasformista, lo faceva trasalire, come per una ferita che frizzasse: ma erano lotte interne, ultimi tumulti, che niuno conosceva e che Joanna vinceva, solitariamente, nella muta solennità della sua stanza direttoriale, passeggiando in su e in giù, fremendo di collera per un'ora, ma calmandosi a mano a mano, facendo risonare sempre, sempre più alta, la voce del suo interesse. La vendita, la vendita, era la grande ragione del suo silenzio, nella lotta fra un piccolo giornale e uno grande, chi ci perde, è sempre il grande. Il Tempo si doveva vendere, molto, sempre più: e il direttore vinceva la sua indegnazione, uscendone pallido, disfatto, ma fiero, come Giacobbe dopo la lotta coll'angelo.
Ma quello che trovava sempre la via del cuore di Riccardo Joanna, era Giulio Frati, il giornalista valoroso ma violento e incoerente, che era rimasto sempre in uno stato di oscura mediocrità vegetando nei giornali di provincia, errando da Cagliari a Perugia, da Ancona a Piacenza, sempre laborioso, sempre collerico, sempre sconclusionato, guadagnando stentatamente e senza gloria il suo pane. Costui aveva fondato, molti anni prima, a Roma, insieme a Joanna, L'Uomo che ride, che era vissuto tre mesi; Frati e Joanna erano partiti quasi insieme, Frati era rimasto per la via, Joanna era diventato potente e temuto. Il giornalista di provincia, iroso per la propria mediocrità, furioso contro il successo del Tempo, se ne vendicava, insultando quasi quotidianamente Joanna. E come Frati sapea molti segreti della vita di Joanna e costui molte debolezze e molti errori aveva nel suo passato, così gli articoli del Corriere di Piacenza erano carichi di un fiele profondo che Riccardo assorbiva, ogni mattina, impallidendo, tutto solo nella maestà della sua grande stanza.
Era Frati, che aveva rinfacciato a Riccardo Joanna l'avventura dell'Uomo che ride, un giornale che aveva mangiato sessantamila lire, prendendone a chi duemila, a chi duecento, a chi dieci: allora, il giornalista fatale, il poeta, aveva detto di voler morire lui, pur di salvare il suo giornale, e all'ultimo momento, vigliaccamente, non aveva avuto coraggio di ammazzarsi, aveva lasciato morire il giornale, non aveva pagato nessuno, nè i redattori che avevano lavorato gratis per lui, impegnando l'orologio, quelli che lo avevano, per far vivere un altro giorno L'Uomo che ride, nè il gerente che doveva avere dodici lire. Ogni tanto, ferocemente, Giulio Frati rievocava il fantasma dell'Uomo che ride, con la sua tragedia comica, con quel miscuglio di straziante e di buffo che porta con sè la morte di un giornale: e Riccardo Joanna ne trasaliva, leggendo quella prosa, verde di bile, ripensando a quel tempo della sua vita. Era Frati che rinfacciava a Riccardo Joanna la fondazione del Tempo, fatta coi quattrini di cento azionisti, di ogni classe, di ogni qualità, di ogni opinione, e di costoro, a mano a mano, aveva difese tutte le idee, tutte le opinioni, tutti i progetti, talchè il Tempo era chiamato il giornale di tutti i colori, il giornale Arlecchino: era Frati che rinfacciava a Joanna tutte le debolezze, tutte le transazioni, tutte le piccole vigliaccherie. L'ex-poeta, diventato speculatore, è sempre eguale a sè stesso: così cominciavano sempre gli articoli di Frati e parea che il Corriere di Piacenza fosse fatto soltanto per ingiuriare il Tempo e Riccardo Joanna; e il giornalista di provincia, sconclusionato ed esagerato, passava il segno e riesciva inefficace, ma la guerra continuava. Dalla sua misera stanza, dove a stento guadagnava le dieci lire quotidiane per vivere, dal piccolo giornale che tirava duemila copie, il mediocre giornalista aveva il potere di turbare il giornalista forte, potente, creatore e animatore di un grande organismo. Invano Riccardo Joanna cercava di corazzarsi nella indifferenza: gli antichi spiriti bollenti si ribellavano. Più volte aveva ruminato una risposta fulminante a Giulio Frati: anzi una volta l'aveva anche scritta, ma sarebbe stato un far conoscere al mezzo milione di lettori del Tempo che uno scrittorello qualunque aveva osato d'insultarlo, sarebbe stato far una réclame a quel giornaletto provinciale. Il Tempo, forse, ne avrebbe sofferto: la salute del giornale, anzi tutto. E reprimeva la voglia che aveva di battersi contro Frati, contro l'antico amico, contro il presente nemico: rinunziava, fremendo, all'idea di trovarsi in faccia, pronti ambedue alla vendetta, sciabola contro sciabola, senza dar quartiere, senza usar pietà. Rinunziava, per la vendita del Tempo.
Per consolarsi della quotidiana dose d'ingiurie di Frati, quel giorno, rilesse il bollettino; ma esso, implacabilmente, portava la cifra di novantanovemila ottocento ottanta.