Roasenda, candidato ministeriale, sostenuto apertamente dal Tempo, era caduto per cinquecento voti, nel suo collegio. Joanna aggrottò le sopracciglia: queste disfatte politiche toccavano oramai troppo spesso al suo giornale, i suoi candidati spesso non riuscivano. Il giornale era diffuso, ma non accreditato. Molte volte le cause che egli difendeva, fallivano: il pubblico comperava il giornale, ma non se ne lasciava influenzare: ognuno leggeva nel Tempo la notizia, il telegramma che più gli interessava e poi lo buttava via, senz'altro. Chissà, la soverchia diffusione neutralizzava l'influenza del giornale, generalizzandola troppo; e i cittadini calabresi, come i friulani, da un capo all'altro del paese italico facevano l'omaggio del loro soldo, ma non quello della loro stima, i lettori erano troppo lontani, troppo dispersi. O forse per l'ostinato silenzio del Tempo contro le accuse che gli si rivolgevano, molte di queste accuse calunniose si erano diffuse nel pubblico e avevano finito per screditare un poco il giornale. Anzi, due o tre volte, per un giorno solo, era venuto in mente a Riccardo Joanna di portarsi candidato nelle elezioni amministrative o in quelle politiche: ma di fronte a quelli insuccessi, quasi continui, non aveva mai osato. In realtà nessun peccato grosso egli aveva commesso, giammai: e aveva sempre fatto male, nei suoi errori, a sè stesso, non agli altri; ma il ricordo del passato gli era insopportabile, i suoi avversari lo avrebbero ricercato nella lotta, e si sentiva impari.

Questa disfatta lo faceva pensare allo strano destino dei giornali, mai completamente furbi, mai completamente efficaci, dalle grandi apparenze di fortuna, ma sempre con un difetto, sempre corrosi dentro da un baco, portanti, come ogni uomo porta, nel proprio organismo il germe della malattia per cui dovrà morire. Anche il Tempo aveva la sua carie: e in quel grande ingranaggio di uomini, di cose, d'interessi, Riccardo Joanna sentiva una rotellina che strideva, che andava contro il movimento generale, ma non sapeva quale. Dentro il giornale, bello e rigoglioso, come in tutte le cose umane, vi era il germe della morte. Così era: la grande opera sua doveva morire. E non valeva meglio ritrarsi da essa, prima della catastrofe, pilota prudente, a riva, guardando la nave sulle alte onde in tempesta?

‟L'onorevole Cardella,” annunziò l'usciere.

Era un deputato della maggioranza, un personaggio alto e robusto, grasso, molto rosso nel viso pingue, con due folti mustacchi bianchi, con l'aria bonacciona di un grosso bove. Riccardo Joanna, ritornato presente a sè stesso, subito, gli andò incontro con cordialità, riattizzò il fuoco, gli offrì da sedere presso il caminetto.

‟Sono passato di qua, per caso, e son venuto a farvi una visitina. Non siete occupato?”

‟No.”

‟È fatto il giornale?”

‟È uscito.”

‟E quello di domani?”

‟Si farà da sè.”