‟Mangia anche tu, Alessandro.”
‟Non ne voglio, mi fa male.”
‟Tutto ti fa male a te?”
‟Tutto.”
‟A me nulla.”
Questo dialogo avveniva in cucina; una cucina fredda, coi fornelli spenti, senza un utensile: il focolare era coperto di grandi pacchi di Tempo, la resa: sotto l'arco, dove si conservava il carbone, vi erano certe scatole di caratteri tipografici consumati, corrosi, ma sempre un po' umidicci, puzzolenti di antimonio; in un angolo certi strofinacci sudici. Sul muro, dove un tempo erano state le casseruole e vi avevano lasciato la loro orma rotonda, erano attaccate certe caricature rosse e nere del Pasquino, la Francia con la cresta di gallo, Bismarck coi tre capelli ritti sul cranio, Depretis con la barba fluente di un Fiume. Ivi Alessandro Dolfin oziava un pochetto, facendosi arrampicare addosso il bambino, parlandogli affettuosamente in quel molle dialetto veneziano, soddisfacendo quel bisogno di tenerezza che immalinconiva quel giovinottone ammalato, nostalgico e povero. La cucina aveva un finestrino dai vetri sporchi che dava sulla scaletta: un grosso naso, una testa di faina vi comparve e gridò:
‟Cronista, un suicidio!”
Dolfin lasciò Riccardo a malincuore, e andò dietro al reporter che aveva tutti i particolari della notizia. Il reporter era un napoletano, afflitto da uno sciagurato amore pel giornalismo, piccolo, scarno, con un naso che pareva si trascinasse dietro la testa, con la faccia di un vecchietto astuto e un modo di parlare telegrafico, tutto compreso dell'altezza del suo ufficio, quasi che fosse un redattore del New-York Herald. Nell'anticamera, frettolosamente, Angiullo dava la notizia a Dolfin, leggendogli le note del taccuino: Dolfin ascoltava con aria stracca, e Riccardo, che gli aveva tenuto dietro, aveva un contegno di personcina attenta.
‟... Dal Ponte alla Sanità. Si crede che sia morto prima d'arrivare in terra.”
‟L'hai visto, tu?” domandò il bimbo al reporter.