Ed entrò nella sua stanzetta, seguito da Antonio Amati. Il giornalista novellino taceva, ora, senza più voce: tanto quello che vedeva e ascoltava lo empiva di meraviglia. Riccardo Joanna si sedette al suo posto e un sospiro di stanchezza si sprigionò dal suo petto: stava col capo chino, gli occhi chiusi dalle palpebre rosse e gonfie, più pallido, più giallastro che mai. Ad Antonio Amati parve che il direttore del Tempo avesse cento anni, ma cento anni di dolori, di travagli, di sfinimenti.

‟Orsù....” fece Joanna, come se fosse solo e si decidesse a qualche cosa.

E cercò un foglietto e una busta, fra le sue carte. Ne trovò: era una carta a mano elegantissima, delicatissima, con certi bizzarri geroglifici verdi per cifra.

‟Le piace questa carta?” domandò ad Amati.

‟Assai. Che dice il motto?”

‟Non si dice.”

‟Scusi.”

Mentre Antonio Amati abbassava la testa, come mortificato, Riccardo Joanna carezzava la carta dolcissimamente.

‟Ho sempre amata la bella carta: è stata la gran seduttrice, per me,” e parlava come a se stesso.

Ora, con la penna sospesa sulla carta, pensava. Due o tre volte l'abbassò, per scrivere, ma si pentì: due o tre volte fece un cenno di sfiducia, con la mano sinistra, come per dire: — A che serve? — Antonio Amati, per darsi un contegno, sfogliava i giornali, giunti dalla posta, ancora chiusi dalle fascette. Riccardo Joanna non si decideva a scrivere: guardava in aria, almanaccando. Alla fine abbassò il capo, cominciò a scrivere. Ma un signore entrò: era un ometto con la barba rada, come sporca, con una pancetta rotonda e una calvizie che lasciava vedere il cranio giallo, con certe labbra grosse e violacee. Tenne il cappello in testa, si appoggiò al pomo del bastone. Riccardo Joanna gli fece qualche barzelletta, ma l'altro non si placò, era venuto per avere le sue millenovecento lire, non aveva voglia di scherzare, facesse il piacere di dargliele. E si faceva insolente, col cappello abbassato sopra un'orecchia, insultando i giornalisti, chiamandoli tutti bugiardi e straccioni. Riccardo Joanna faceva ancora dello spirito, ma gli occhi gli si erano intorbidati; e l'ometto calvo, dalla barbetta sudicia, continuava a sfogarsi, nulla curandosi della presenza di Antonio Amati che era sulle spine.