‟Non posso questa sera. Domani telegraferò a mio zio, a mia madre, mi farò mandare quattrini. Cento lire.... anche duecento, sì, duecento, gliele darò tutte, purchè stampi questa sera.”
‟Si obblighi sopra una carta. Io non la conosco, ma m'immagino che sia un galantuomo.”
Antonio Amati si obbligò, sopra un foglione di carta bollata, a dare duecento lire l'indomani al signor Casiraghi: e le dita gli tremavano ancora di emozione, scrivendo. Riccardo Joanna lasciava fare senza neppure ringraziare. Il signor Casiraghi andò a dire una parola al macchinista: un sorriso lievissimo comparve sulle labbra di Riccardo Joanna. Il ragazzino entrava col pacco delle fasce; aveva messo i francobolli coi denari dell'orologio impegnato: diede otto lire e cinquanta che ci erano avanzate, avvolte nella cartella di pegno, a Riccardo Joanna. Costui passò il cartoccino ad Antonio Amati.
‟Non mi servono,” disse costui eroicamente.
E prese soltanto la cartella.
Mangiavano in silenzio, l'uno di fronte all'altro, con la voracità taciturna di due manovali che hanno passato dodici ore alla fatica. Quella trattoria di Monte Tabor era piena di borghesi allegri, di artisti poveri che parlavano forte, scherzavano col garzone, ridevano; mentre i due giornalisti, il vecchio e il giovane, col capo abbassato, miravano a saziarsi. Solo Riccardo Joanna metteva molt'acqua di Seltz nel suo vino: lo trovava pessimo il vino, ed era abituato oramai a non poter digerire senza l'acqua di Seltz. Si guardavano vagamente, sorridendosi, senza parlare, e nessuno dei due si occupava più del Tempo, la voluttà del pranzo li teneva. Antonio Amati divorava grissini: Riccardo Joanna non mangiava pane per paura d'ingrassare. Verso la fine del pranzo si comunicarono certe loro idee di gastronomia. Riccardo Joanna, se avesse avuto il tempo, sarebbe stato un Brillat-Savarin. Antonio Amati stava per le carni fresche e sanguigne, per le uova, per i latticini, per le frutta: Riccardo Joanna, stomaco rovinato, stava per le salse, per i pesci, per i pasticci. Ora si guardavano affettuosamente nella soddisfazione del pranzo, in quel momento di sonnolenza bonaria che precede la digestione. E Riccardo Joanna pagò un conto abbastanza forte per quell'osteria. Gli restavano un paio di lire delle otto e cinquanta.
‟Andiamo in Galleria,” disse.
Camminavano a braccetto, fumando, in uno stato di beatitudine.
‟Siete un buon giornalista, farete farete,” diceva Riccardo Joanna, tutto intenerito, non dando più del lei ad Antonio Amati.
‟E credete?”