‟Non si sa, signor cavaliere.”
‟Non si sa mai quando ritorna Sua Eccellenza il principe.” E rise di nuovo. L'usciere domandò:
‟Posso andare, ha bisogno più di me?”
‟Non mi serve nulla, andate pure.”
Riccardo Joanna rientrò in tipografia. Camminava piano, accostandosi al signor Casiraghi. E costui gli lesse sulla faccia la cattiva notizia. Ma la sua collera non esplose. Freddamente gli disse che non stampava, quella sera: un terrore si disegnò sulla faccia di Antonio Amati che stava a sentire questo discorso. E per mezz'ora vi fu un combattimento di parole e di gesti fra il signor Casiraghi, tipografo, e il signor cavalier Riccardo Joanna, direttore proprietario del Tempo; un combattimento dove il vecchio giornalista adoperò tutte le armi della parola, per convincere Casiraghi a stampare quel giorno il giornale. Ma quello doveva conoscere oramai tutti i ripieghi della eloquenza di Riccardo Joanna: perchè nulla valse a persuaderlo: le preghiere più umili, le promesse più larghe, certe vaghe minacce di suicidio.
Antonio Amati assisteva, tremante, commosso, con le lagrime agli occhi. Dunque il Tempo non si stampava? Dunque il suo articolo non sarebbe uscito? Ciò era insopportabile.
‟Signor Casiraghi,” disse ad un tratto, ‟senta, senta. Le prometto di darle io denaro domani.”
‟Lei?”
‟Sissignore, io.”
‟Me lo dia questa sera.”