‟Voglio fare una dichiarazione d'amore a Riccardo,” esclamò, a un tratto, l'attrice.
Prese i gerani rossi e se ne acconciò un gruppetto fra i neri capelli.
‟Sto bene così?” domandò al bambino.
Gli astanti ridevano: anche Paolo Joanna. Il bambino crollò il capo, per dire di sì, ma non parlò. Per l'odore, forse, pel caldo di quel camerino, per l'ora avanzata, una crescente stupefazione invadeva il cervello del bambino: il pallore si allargava sul suo visino. Si teneva sul suo angolo di sedia, come stordito, con un piccolo sorriso sulle labbra, un sorriso vago di persona sofferente.
‟Poi verrai a trovarmi, nevvero, Riccardo? Ti darò i confetti!”
Scappò fuori, perchè la musica era finita e l'atto cominciava: gli ammiratori, gli amici si dispersero per quella penombra del palcoscenico: alcuni, più pazienti, si sedettero su certi cassoni, parlando a bassa voce, aspettando l'Amalia, per accompagnarla a casa. Paolo Joanna aveva attaccato una discussione politica con un suo collega della stampa, collega e avversario, un Calabrese barbuto e dottrinario, che parlava con un forte accento di Calabria, e pieno di entusiasmo per la politica si irritava dello scetticismo di Paolo Joanna.
‟Andiamo, Riccardo.”
Tutti e tre si avviarono, Riccardo piccolo piccolo, in mezzo ai due uomini: era quasi mezzanotte. Nella strada la discussione si riscaldò. I due uomini cercavano di convincersi l'un l'altro, si fermavano, gesticolavano, si afferravano il bottone del soprabito, tutti infatuati. Con una sommissione infantile, mentre il sonno gli piombava, pesante, sulle palpebre, Riccardo si fermava anch'esso: e fermandosi, si addormentava leggermente, in piedi, svegliandosi improvvisamente, quando i due uomini si avviavano di nuovo. In quel dormiveglia, egli non capiva nulla di quello che dicevano suo padre e il Calabrese, egli non sentiva che un fastidioso ronzío nella sua piccola testa di creatura stanca: egli non capiva neppure più in che strada si trovassero, ma la via per arrivare a casa gli sembrava lunghissima, eterna. Suo padre, infervorato nella discussione, nottambulo del resto, non si accorgeva del tormento del suo bambino: e il piccolino non si lagnava, oppresso dal sonno, tenendosi lungo il muro per non vacillare. Le sue gambine lo portavano a mala pena, il sonno, prepotente, gli si era diffuso per tutta la persona: gli sembrava di camminare da ore e ore, senza mai arrivare, e nella piccola anima, esaurita di stanchezza, si formulava solo questo desiderio:
— Venisse la casa, venisse! —
A Toledo la discussione, vivace, era passata all'arte: alla Pignasecca, dove Paolo Joanna doveva voltare, si parlava del socialismo. Il Calabrese invitò Joanna ad accompagnarlo un po' più su, sino a Piazza Dante, dove abitava: e il giornalista nottambulo stava per farlo: