‟Nè dopodomani, nè mai più. Non contate su me.”
‟E perchè?”
‟Perchè così.”
E li piantò, sorpresi; entrò nella trattoria Trevi, dove Vincenzo Brandi lo aspettava pazientemente per pranzare.
‟Andiamo via,” gli disse Riccardo.
Presolo pel braccio, senza dargli nessuna spiegazione, se lo trascinò dietro sino al Caffè di Roma, in Piazza San Carlo, sull'angolo di Via delle Carrozze. Nessuno dei due aveva mai pranzato in quel posto: ma la memoria dei sensi era viva, come quella della mente, in Riccardo, ed egli si trovò subito bene, intonato con l'ambiente ricco e caldo, pieno di banchieri, di donnine eleganti, di artisti fortunati, di maestri di musica alla moda. Egli ordinò il pranzo con una grande disinvoltura, come se non avesse fatto altro nella sua vita, rendendo estatico Vincenzo Brandi. Dopo le frutta Riccardo chiese dei sigari, avana, il caffè e il cognac. E nella serenità della digestione, Riccardo Joanna contò le linee del suo articolo per calcolare quanto aveva guadagnato in quel giorno.
‟Centottantadue linee, a dieci centesimi, quanto fanno?” andava ripetendo Riccardo.
‟Diciotto lire e venti centesimi,” rispose il fedele amico.
‟Non ci è tanto male, eh?”
‟Niente male, niente male, Riccardo!”