Una fioraia venne, dette dei fiori ai due amici: Riccardo le dette due franchi. Dopo pranzo, nella mitezza della sera, Riccardo volle fare una passeggiata in carrozza, per Trastevere, discorrendo piacevolmente con Vincenzo Brandi. Scesero a Piazza Sciarra: al solito l'impiegato postale volle accompagnare l'amico sino a casa. E sotto il portoncino calcolarono quanto aveva speso Riccardo in quel giorno:

‟Giusto, diciotto lire e cinquanta: trenta centesimi più di quanto hai guadagnato.”

‟Queste le avevo: non contano,” disse Riccardo.

Risero insieme, senza ragione, separandosi. Quando fu sopra, solo solo, un cocente rimorso, l'ultimo, avvelenò la coscienza di Riccardo. Ripensò tutto il passato, infanzia, adolescenza, giovinezza: pensò la promessa solenne fatta nell'ora più seria della sua vita. Aveva disubbidito. Ma addolorato, confuso, non si pentiva, non chiedeva perdono, non tornava indietro.

— Se tu vivessi, padre mio, mi assolveresti, — egli pensò, superbamente.

Nè s'ingannava.

III.
I CAPELLI DI SANSONE.

Quando Riccardo Joanna schiuse la porta a cristalli per entrare nell'ufficio del Quasimodo si trovò avvolto in un nugolo di polvere che lo fece tossire. Gregorio, l'usciere, dando certi impetuosi colpi di scopa, si spingeva innanzi un mucchio di spazzatura. Gregorio, spazzando, conservava il suo eterno malumore misterioso contro la razza umana: malumore che ora assumeva la forma collerica di un borbottamento ringhioso, ora si manifestava in uno scetticismo pieno di malinconia.

‟Quanta polvere!” esclamò Riccardo.