‟Più ne levo e più ce ne sta,” rispose Gregorio, crollando il capo, sfiduciato.

Stavano l'uno di contro all'altro, il redattore e l'usciere, divisi dal mucchio di spazzatura: Gregorio lungo, allampanato, pallido, colla barbetta rada sulle guance giallastre, appoggiato alla scopa; il redattore, l'articolista brillante, Riccardo Joanna, bel giovanotto, dagli occhi azzurri pieni di languore, dalle palpebre livide cariche di stanchezza, dal fine mustacchio castagno sopra una bocca ancora fresca e rossa, dalle mani bianche femminili, ma tenaci come l'acciaio.

‟Ci sono lettere per me?” domandò il bel giornalista con la sua voce infranta da una grande lassezza.

‟Un mucchio,” e crollò filosoficamente le spalle, come compiangendo coloro che ancora scrivono delle lettere.

Riccardo scavalcò le spazzature ed entrò nella redazione, vuota, dove si sentiva forte ed acre l'odore della polvere smossa e quello dell'inchiostro di stamperia già rancido. In una cartella di metallo a compartimenti vi era un fascio di roba al suo indirizzo. In una busta gialla vi era un biglietto rosso con cui si avvertiva Riccardo Joanna che poteva pagare sino all'una pomeridiana del giorno seguente, al banco Savelli, l'effetto di lire mille che scadeva in quel giorno. Leggendo quell'avviso, mezzo stampato, mezzo manoscritto, stando solo in quella stanza dalla luce grigiastra, il volto di Riccardo Joanna si decompose.

‟Banco Savelli,” ripetè piano.

E all'idea tormentosa di quelle mille lire che non avrebbe mai potuto pagare l'indomani, si unì subito quella di donna Clelia Savelli, la bella moglie del patrizio banchiere. Erano già due volte in nove mesi che rinnovava quell'effetto di mille lire all'onesto strozzino che gli prendeva solo il tre per cento al mese, novanta lire alla volta: e da tre mesi faceva invano la corte a donna Clelia Savelli, la rosea, sorridente signora, dai grandi occhi grigi, dai denti sfolgoranti, la crudele e dolce signora che tanti uomini avevano amata invano. Questa volta lo strozzino aveva detto no, pel rinnovamento, voleva riavere il suo capitale, d'altronde la cambiale era girata: ma donna Clelia Savelli non diceva no, non diceva sì, rideva, rideva, nella sua irresistibile ilarità di donna bella e felice.

— Proprio al marito, proprio a lui, — mormorava Riccardo, a cui quel biglietto rosso scottava le dita. Distratto aprì la seconda lettera: era un vecchio abbonato di Mondovì Breo che rimproverava a Riccardo Joanna le idee audaci espresse nell'ultimo articolo sul divorzio; ma gliele rimproverava con un ossequio profondo, dandogli dell'illustre pubblicista. Invece uno studente, da Trieste, gli scriveva una cartolina piena d'entusiasmi e piena di punti ammirativi, a proposito dell'articolo sul divorzio: una maestra elementare da Colle Val d'Elsa, piena di una melanconica e sentimentale ammirazione, gli mandava una novellina, Fior di mughetto, sperando che egli la leggesse, e cercasse di farla pubblicare nello spiritoso Quasimodo; un suo amico di Napoli gli scriveva una cartolina domandandogli se era possibile trovar lavoro letterario e giornalistico in Roma. Già rasserenato a quel mite soffio di adulazione, Riccardo sorrideva: malgrado il continuo incensamento che da due anni gli facevano il pubblico e la critica ed i colleghi giornalisti, egli non era ancora disgustato dall'adulazione, era ancora quella una carezza soave che gli calmava i nervi. Con un puerile moto di vanità lasciò lettere e cartoline sulla scrivania, perchè i redattori del Quasimodo potessero leggerle, e schiuse un giornale della sera innanzi, mandato al suo indirizzo: non intendeva bene perchè glielo avessero mandato. E guardandolo con l'occhio giornalistico, scorse subito un segno rosso accanto ad un annunzio del concerto di Beniamino Cesi, per le due, alla Sala Dante: e trasalì di piacere. Doveva esser lei, proprio lei, la taciturna pensosa signora Caterina, dal volto di perla, dalle labbra sottili d'un tono di rosa morta, che non sapeva sorridere, che non voleva amare, ma che chinava il volto quando dal pianoforte toccato da mano appassionata uscivano i singhiozzi che scoppiano, lugubri, solitari nel Clair de lune, di Beethoven; nulla diceva Caterina, che tutti chiamavano santa Cecilia, ma dentro doveva tremarle l'anima per una emozione suprema. Macchinalmente, smorto innanzi a quel favore femminile, Riccardo si mise in tasca il giornale e nel giovane cuore, tutto pieno di fantasmi femminili, s'innalzò, sottile, potente, il fantasma tutto vibrante d'armonia di Caterina.

‟È venuto il Pierangeli,” disse Gregorio, entrando.

‟Ah! e che vuole?”