‟È venuto per quel conto di fiori.”
Riccardo fece un gesto di fastidio. Ora, dopo aver spazzato la stanza, Gregorio spolverava i mobili: ma non aveva piumacciolone nè strofinaccio. Tutto torvo, colle sopracciglia aggrottate, soffiava sul piano delle scrivanie e degli scaffali: la polvere si levava da un posto per posarsi altrove; ma Gregorio si riposava ogni tanto, come stanco per tutto quel fiato buttato. La stanza, male illuminata, conservava il suo aspetto impolverato e triste: Riccardo stava ritto, come indeciso, pensando a chi chiedere mille lire per pagare la cambiale l'indomani. Poi, seccato da quelle nuvolettine di polvere che Gregorio andava sollevando, voltò sulle calcagna e andò nella stanzetta dell'amministratore. Ivi Gaetanino Gargiulo, l'amministratore, un giovanotto bruno e smilzo, silenzioso ed ardente fumatore di sigarette, teneva aperto il registro degli abbonamenti innanzi a sè e contemplava il soffitto. Stava dalla mattina alla sera inchiodato su quel seggiolone di pelle, come se non potesse staccarsene, fumando sempre, con le unghie ingiallite dalle sigarette, gli occhi un po' inebetiti di colui che fuma troppo, lasciandosi andare a quella vita di contemplazione che i meridionali amano per contrasto.
‟Crescono gli abbonati eh?” domandò Riccardo.
‟Sì.”
‟Allora dammi cento lire.”
‟Non posso.”
‟Come non puoi?”
‟Ho pagato or ora una cambiale di duemila lire.”
‟Anche ieri avevi pagato una cambiale di duemila lire.”
‟Anche ieri ti sei preso cento lire,” ribattè Gargiulo, quietamente.