‟Via, hai ragione sempre tu: ma dammi queste cento lire.”

‟Non posso, non le ho.”

‟Non è possibile.”

‟Non le ho, posso darti delle sigarette, se le vuoi.”

‟Cinquanta lire?”

‟Neppure dieci.”

‟Eh va al diavolo!” gridò Joanna, con la sua voce lamentosa e rabbiosa di fanciullo viziato.

Gargiulo lo guardò coi suoi occhi chiari e inespressivi, ma non rispose. Egli nascondeva, sotto l'apparenza di persona istupidita dal fumo, la naturale e necessaria durezza della sua anima amministrativa. In fondo egli invidiava silenziosamente quei giovani redattori del Quasimodo che raccoglievano i minuti suffragi della stampa: biglietti ai teatri, sorrisi delle attrici, viaggi gratuiti per le inaugurazioni delle ferrovie; e prima di dar loro quattrini, quando li vedeva innanzi a sè, stretti da un fittizio o imperioso bisogno, egli si dava il piacere d'assaporare la sua potenza. Riccardo era già quasi uscito, quando Gregorio lo richiamò e gli disse:

‟Ha letto quello che ha scritto sulla lavagna il direttore?”

Riccardo, senza rispondere, andò difilato nello stanzino che pomposamente si chiamava salotto di ricevimento: stanzino adorno di due divani di tela russa, tutt'unti sulle spalliere e sui bracciuoli per le teste che vi si erano appoggiate, adorno di un falso caminetto in tela russa con un galloncino azzurro stinto, adorno di uno specchio coperto da un velo verde. Ivi all'odore di stantío della polvere si univa il puzzo dei sigari che vi erano stati fumati, e qua e là, su qualche mensoletta, sul falso caminetto, sul pianoforte vi erano dei mucchietti di cenere fredda, nauseante. Sopra una lavagna sospesa al muro, il direttore, capitato alle dieci in redazione, aveva scritto delle domande ai suoi redattori, che aveano risposto così: