Sulla porta del palazzo dell'Esposizione Riccardo lasciò la carrozza, dicendo al cocchiere di aspettare; tanto lo prendeva a ora, avrebbe pagato più tardi, anche in quel momento la dilazione, la speranza dei disperati, lo lusingava. La lotteria era nel salone terreno, in fondo: attorno alla tavola vi era pochissima gente, le signore sbadigliavano, annoiate, dando ogni tanto un colpetto al manubrio delle urne, dove rotolavano i cartoccetti sottili dei numeri, mentre nel fondo, sopra una piattaforma, vi era l'esposizione degli oggetti, una farragine di tutte cose meschine. La marchesa Spada aveva il suo tavolino presso la porta, chiamò subito Riccardo.

‟Joanna, Joanna, venga qui, si prenda un migliaio di numeri.”

Egli rimase interdetto, non aveva pensato a questo. Pure si accostò:

‟È fatta l'elemosina,” disse, cercando di scherzare.

‟Io sono una poverella privilegiata, mi hanno rilasciato brevetto, s. g. d. g., come nelle scatolette dei fiammiferi. Prenda dei numeri, Joanna, può guadagnare l'anello del Kedive.”

‟Ma che! L'anello del Kedive non è nei numeri, o è falso, o non è mai esistito anello di Kedive: questo è un covo di vagabonde, oziose, mendicanti e truffatrici,” e rideva rideva nervosamente, volendo nascondere con l'audacia il suo imbarazzo. ‟Perchè non va al concerto Cesi, invece di seccarsi qui?”

‟Perchè non ho bisogno di un accompagnamento di Mendelssohn per flirtare, io!”

‟Preferisce Cimarosa?”

‟Non flirto io.”

‟Sì? e allora che son venuto a fare, io, qui?”