‟Perchè intendo il suo dolore.”
‟Che!” fece lui, con un disprezzo profondo, con un riso fierissimo d'ironia.
‟Addio, signore.”
‟Addio, signora.”
Ella affrettò il passo, senza voltarsi, senza neppure farsi il segno della croce, uscendo dalla chiesa. Riccardo, non soddisfatto di quello che le aveva detto, rabbioso contro sè stesso e contro tutte le femmine, non la seguì neppure, la lasciò allontanare, mandando alla malora le beghine e la musica e l'amore. Uscì dopo; la vista della sua carrozza che lo aspettava lo fece trasalire di nuovo, come se una trafittura, per poco calmata, ricominciasse a trapassargli l'anima.
‟Dove andiamo?” chiese il cocchiere.
‟Andiamo.... al Corso, va piano, che non c'è premura.”
E morsicchiando il suo sigaro avana, al mezzo trotto del cavalluccio, Riccardo si domandava, ostinatamente, come avrebbe fatto a pagare quel cocchiere; erano le cinque, forse, doveva dargli tre ore e mezzo, almeno sette lire, doveva trovare sette lire fra tre minuti, per darle a quell'odioso cocchiere, che gli pesava sullo stomaco come un incubo. Per Via Borgo, lungo il Tevere, per Ponte Sant'Angelo, Joanna si guardava attorno vagamente, con una curiosità disperata, come se dovesse trovare nelle insegne delle botteghe, nelle vetrine, nelle acque sacre del fiume, nelle statue brune, le sette lire per pagare il suo cocchiere, il suo feroce nemico che non lo abbandonava. Oramai l'offesa al suo orgoglio di uomo che gli aveva fatto subire donna Caterina Spinola si affievoliva sempre più, dinanzi al cruccio reale, presente, di queste sette lire mancanti, che egli doveva trovare ad ogni costo: e si rammentava di donna Caterina, perchè era proprio lei che se lo era trascinato dietro a San Pietro, aumentando così a ogni minuto il suo debito verso il cocchiere, facendolo morsicare sempre più profondamente da quel verme roditore che è la carrozza presa a ora. Nella stretta via di Tordinona, la sua carrozza si fermò; un coupé ingombrava la via, fermo innanzi ad una bottega di antiquario. Sulla porta della bottega, una signora parlava vivamente con un commesso dell'antiquario, un giovanotto pallido, anemico, coi capelli rossi, gli occhi lattei e le guance macchiate di lentiggini. Era donna Clelia Savelli, che vedendo Riccardo, subito gli sorrise, facendogli un amichevole cenno del capo: egli restò incantato innanzi a quel sorriso, d'un tratto rasserenato, con una letizia che gli penetrava nel cervello, gli si diffondeva per le vene. Scese dalla carrozza, raggiunse donna Clelia.
‟Eccomi sorpresa,” disse ella, ridendo. ‟È un gran mistero, tutta un'istoria, ma per carità, non la racconti sul giornale!”
‟Io la racconto sicuro.”