Le Cronache dei Malaspina, dei fratelli Villani, i Compendî del Comba, del Ravasio del Ferrero, del Bertolini, ecc. — modesti e senza pretensione — stanno alla rinfusa tra romanzi e libri scolastici; ma gli storici di professione, gli alti dignitarî sono al posto d'onore. Per il grande formato, per i titoli in oro, impressi sul dorso, spiccano superbamente e pare che dicano: la storia è qui!

Ecco in prima fila i diciassette grossi volumi del Cantù. Molta roba, lo so; ma qui non è la semplice narrazione dei fatti, qui è la storia civile, religiosa, intellettuale, morale, economica di tutte le nazioni. In un volume, il racconto: in un altro, le religioni; in un terzo, la letteratura: in un quarto, schiarimenti e note; e così di seguito.

Il Cantù, da questo informe materiale, ha ricavato poi la Storia degl'Italiani, la Storia dei cento anni, la Storia della letteratura greca, latina, ecc. E se il Signore non l'avesse chiamato in residenza per la compilazione di una storia del Paradiso, chi sa quante altre ce ne avrebbe regalate!

Ecco gli Annali d'Italia, scritti alla buona, senza ostentazione o apparato di forma, dall'erudito e benemerito Muratori. A destra, la Storia del Guicciardini, orrido e vivo ritratto della bassa politica del Medio evo; qui, la Continuazione del Botta, eccellente descrittore di pesti, tremuoti, battaglie; là, la Storia d'Italia del Balbo, dettata in uno stile, quasi direi, geometrico, che non divaga nei particolari, ma che tira diritto alle inevitabili conclusioni; in fondo, i sette volumi del Giambullari, opera, che al Giordani sembrava “un amenissimo giardino per i fiori di lingua„, ma che a noi è arrivata come una foresta, piena di labirinti, di burroni e di nascondigli.

Quante storie, Dio mio! Chi la sa lunga e va da Adamo a Marconi, chi ha fretta e se la sbriga con cento pagine. Chi illustra un'epoca, chi lumeggia un secolo, chi rischiara o annebbia una dinastia. Insomma non vi è fatto, impresa, rivoluzione che non sia stata descritta, discussa commentata, sviscerata.

Gli storici antichi però mettiamoli da parte. Essi segnano gli avvenimenti quali appaiono attraverso le gloriose tradizioni, e tutto lo studio è di ritrarre a smaglianti colori un assedio, una battaglia, una fuga. Che quadri bellissimi, che vive descrizioni! Ma è storia questa? No, sono dei poemi eroici in prosa. Ogni città, a somiglianza di Roma, è stata edificata da dei o da figli di dei; ogni impresa militare è circondata da un non so che di maraviglioso, che ricorda l'Iliade e l'Eneide.

I nostri padri bevvero grosso, ma noi moderni... Eh! oggi la storia va fatta a dovere. L'arte, sissignore; ma l'arte deve stare al suo posto. Via, via le fiabe, e i racconti maravigliosi! Noi vogliamo la verità vera, noi vogliamo il documento, l'analisi, l'autopsia!

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Ma è sempre vero ciò che scrivono gli storici moderni? Signori, no.

Il Voltaire chiama gli storici: “bugiardi ufficiali„ e in parte ha ragione. Quasi tutti abusano del loro ufficio nobilissimo. Alcuni, trascinati dalle proprie convinzioni politiche o religiose, diventano partigiani; altri, vittime di un preconcetto, non negano alcun fatto, ma qui esagerano un particolare o lo sopprimono, là velano un delitto sotto un'arguzia, e tutto questo per coordinare gli eventi al loro supposto; altri infine, non per malignità, ma per la fretta o per la mancanza di acume critico, sogliono giudicare il passato con criterî moderni e dànno in falsi apprezzamenti.