Calunnia! Il romanzo non è nato nel tempo, è nato con la natura, con l'uomo; è nato quando nacque l'amore, quando nacque la poesia.
Si potrebbe dire: gli antichi non lo conoscevano. È vero. Il romanzo non ha mai avuto una personalità propria: è stato sempre un modesto operaio nell'officina dell'arte, con l'incarico di spargere sentimento e fantasia sugli altri generi letterari. Dove non troviamo il romanzo? Egli vivifica la mitologia, abbellisce la storia, aleggia nel poema, cinguetta nella canzone, informa la tragedia. Che cosa sono quelle leggende-misteri dei primi secoli dell'Êra Cristiana, quei racconti cavallereschi del Medio Evo, quelle patetiche istorie di amore, quelle grasse novelle in prosa e in versi?
È il romanzo che si lascia svisare dal misticismo, soffocare dalle favolose imprese eroicomiche, diluire in due o trecento strofe più o meno monotone o licenziosette. Non aveva la coscienza della sua nobiltà, del suo valore; gli mancava il coraggio di dire una buona volta: — Io posso vivere da me, posso dilettare, istruire, educare! —
Ma venuto il secolo XIX, secolo di rivendicazione sociale, il romanzo ottiene i suoi diritti. Ammesso ufficialmente nello Stato Civile dell'arte dallo Scott, preso a battesimo dal Manzoni, confirmato dal Balzac, incomincia a vivere di vita propria ed acquista una vitalità maravigliosa. Poeti, storici, uomini politici, eruditi, filosofi, critici non sanno resistere al suo fascino e diventano romanzieri.
Il romanzo impera, trionfa dovunque. Storico in Inghilterra, sociale in Francia, sentimentale in Germania, conserva l'impronta nazionale; ma, ispirato dagli stessi bisogni, governato dalle medesime leggi, è l'eco della nuova vita, della nuova civiltà.
È aristocratico, è democratico il romanzo? Nè l'uno nè l'altro. Disconosce questa divisione, dovuta semplicemente alla vana superbia di pochi, alla tirannica ambizione di molti. Il romanzo è umano, vuole l'uomo. Venga dalla capanna o dalla reggia, si nasconda sotto le vesti di un galeotto o di un vescovo, il romanzo l'accoglie. I suoi protagonisti, tolti all'aratro, alla rete, alle officine hanno una finalità ed una missione, perchè la vita ha doveri sacri per tutti, nè fu data per sollazzo ad alcuni e per espiazione ad altri.
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Quale benefica innovazione apporta il romanzo! L'arte è stata sempre aristocratica, ha illuminato sempre le grandi vette della scala sociale, trascurando due esseri: il popolo e la donna.
Potreste dire: la poesia non ha mai trascurato la donna. È vero, ma avrebbe fatto meglio a trascurarla.
Se la donna non ha coscienza di se stessa, se è vanitosa, leggiera, pettegola, colpa dei nostri poeti, che vollero vedere in lei non una compagna, ma una bambola, senza mente e senza cuore, una cosina dolce e delicata, un grazioso gingillo.