Il romanzo non è uno spartito di musica; più si sente, più si gusta. No, l'illusione è per una volta sola. Il romanzo si legge, non si rilegge. E dolorosamente debbo aggiungere che bisogna leggerlo in gioventù. Solo i giovani possono delirare col Guerrazzi, sognare con lo Scott, fantasticare col Dumas.
E sapete perchè? Il giovane facilmente si commuove, e quando è commosso ingoia tutto, crede a tutto, approva tutto. Noi, invece, appena si prende in mano un romanzo, vogliamo far da critici. “Questa scena è inverosimile, questa situazione è impostata male, questo carattere è abbozzato. Che dialogo scialbo! Che descrizione noiosa!...„ E si va avanti facendone l'autopsia. Non si legge così il romanzo. Bisogna mettersi a sua completa disposizione, dire semplicemente: “Parla, chè il tuo servo ti ascolta„. Noi no, vogliamo fermarci a mezzo, vogliamo controllare, discutere, analizzare, dettare leggi; e il romanzo si vendica: invece di dilettarci, ci annoia.
Lasciamo dunque ai giovani ciò che la natura e l'arte riservava per essi. A noi non resta che guardare in faccia il romanzo e domandargli: chi sei?
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I retori non sono d'accordo nell'assegnare al romanzo un posto nella letteratura. A qual genere appartiene? Al didascalico? al poetico? al drammatico? allo storico? Quistioni oziose. Il romanzo non pretende di occupare alcun posto; viene fuori così, senza blasone, senza diplomi e commende. Conosce i suoi umili natali e non accampa diritti. Mettetelo in platea, mettetelo nel loggione: si accontenta.
Furbo! si accontenta, perchè conosce il fatto suo; non vuole occupare alcun posto, perchè con la sua finta modestia si è reso padrone del campo. Ascriverlo al genere poetico? ma se è storico; al genere storico? ma se è poetico. Insomma il romanzo sfugge ad ogni classifica: ha i bagliori della poesia sotto il modesto linguaggio della prosa; lumeggia un ambiente storico ed è fantastico, vi dà una lezione di scienze naturali ed è drammatico.
Che gran ribelle! Non vuole limiti, non sopporta determinazioni, non conosce barriere. Tutto deve entrare nel suo dominio. Dove cessa la storia, egli incomincia; dove la poesia sdegna di entrare, egli si avanza. Nessuno può dirgli: — fin qui e basta. — Basta? Quanto ha la scienza con le sue scoperte, la filosofia con le sue investigazioni, la natura con i suoi incanti, il cuore dell'uomo con le sue passioni, la società con le sue ipocrisie, tutto gli appartiene, tutto descrive, analizza, scruta.
Ha la tavolozza del pittore e i ferri del chirurgo; lo slancio del vate e la pedanteria del critico; la baldanza del giovane e l'esperienza del vecchio.
Quando nacque il romanzo?
La storia letteraria non ne registra l'atto di nascita e scusa la sua ignoranza col dire che i natali sono oscuri, molto oscuri: il romanzo è un trovatello.