E poi vengono a dirci che il mondo invecchiando peggiora. Due bugie. Non invecchia, nè peggiora: diventa pratico!
L'ultimo saluto.
Mi dispiace, ma proprio in coda dovrò darvi una brutta nuova: un giorno io che scrivo, voi che leggete, moriremo.
Cosa ordinarissima, lo so; ma ordinaria per gli altri, non per me. Io sono abituato a veder morire; con la più grande disinvoltura accompagno amici e nemici al camposanto; ma mi sembra quasi impossibile che la morte debba colpire proprio me! Che muoiano gli altri, è naturale, che debba poi morire io!... Io? Io che sto così bene di salute, che mangio con appetito! Oggi parlo, penso, ragiono e sragiono, domani debbo chiudere gli occhi e lasciarmi aggiustare come una salacca in una cassa funebre più o meno dorata... No, non può essere!
Eppure è. La vita somiglia ad una cambiale. Alcuni, fortunati, l'hanno a lunga scadenza, altri no. Io non ho potuto sapere a quale categoria appartenga, ma ammesso pure che mi trovi tra i fortunati, da qui a quarant'anni avrò fatto i miei bauli.
E quel che è peggio con la morte bisogna lasciare ogni cosa! Gli antichi mettevano in bocca al defunto un obolo. Caronte voleva essere pagato, e poi il danaro non è mai soverchio. I moderni, che non sono superstiziosi e se ne ridono del tartareo barcaiuolo, non mettono in bocca al defunto neppure un soldino. I marenghi restano in casa, e la famiglia, dopo pochi giorni di lutto stretto, li divide con lo Stato, il quale, con la leonina tassa di successione, si è solennemente dichiarato primo erede di tutti quelli che lasciano qualche cosetta mobile o immobile. Ciò non m'inpensierisce. Io nulla lascio, perchè nulla posseggo. Non ritorno nudo in seno alla madre comune per decenza e perchè un abituccio costa poco.
Anzi debbo dire la verità: la morte non mi fa paura per la semplicissima ragione che quando essa viene, io me ne vado. Mi fa invece paura la vecchiaia.
Noi tutti ci auguriamo di vivere cento anni e saremmo capaci di tentare ogni cosa pur di giungere a questa cifra tonda, senza sapere quanto è doloroso l'ultimo trentennio!
La vecchiaia, brr! I poeti l'hanno paragonata al tramonto, all'inverno: similitudini pietose! La vecchiaia non ha paragoni. Dopo i settanta non si vive più: le gambe non vogliono saperne, lo stomaco chiude il suo gabinetto chimico, il tubo maestro è quasi sempre ingombrato, i polmoni sfiatano da ogni parte, insomma locomotiva e vetture non funzionano.
E si potesse almeno mangiare a proprio gusto! Niente maccheroni al sugo, niente fritture, niente aromi. Latte e brodo, brodo e latte: si ritorna bambini. Vi nuoce il caldo, vi nuoce il freddo, vi nuoce l'umido, vi nuoce il levante, vi nuoce il ponente: tutti i punti cardinali vi danno fastidio! Dei trecentosessantacinque giorni appena una ventina sono per voi, gli altri si passano inchiodati sulla fida poltrona o a letto. Il medico? È inutile chiamare il medico. Questo signore accoglie con un sorriso canzonatorio tutti i vostri malanni e mette sempre in campo l'età. Non potete dormire? è l'età; vi duole la testa? è l'età; sentite un ronzìo nell'orecchio e un peso nello stomaco? è l'età. A credergli, questa benedetta età ha messo l'anarchia in tutte le parti del corpo.