E in casa non siete più il Pontefice Massimo, lo Zar delle Russie, nè potete più dire: “Così voglio, così comando.„ Nessuno vuol sentirvi. Finanche la vostra signora, che si mantiene un po' meglio in sesto, vi sopporta a stento e spesso spesso esclama: “Come sei noioso! Faresti passare la pazienza anche a Giobbe!„
Per me, visto e considerato che la vecchiaia è un anticipo di Purgatorio, se grazie a Dio e al medico di famiglia, metterò il piede nel settantesimo anno, ho stabilito di non dare noia a chicchessia. Convinto di non appartenere più nè alla milizia attiva, ne alla territoriale, starò al mio posto di semplice pensionato e, pur di non far perdere la pazienza agli altri, cercherò di essere io un vero Giobbe.
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E intanto come passare quei giorni? I nipotini vi vogliono bene, ma si seccano di stare sempre col nonno; le nuore, i generi, la persona di servizio, il portinaio, tutti, tutti dicono che voi siete pesante. E dunque? Sentite: Cicerone, l'unico che ebbe la buona idea di consolare i vecchi con un bel libro, che si legge dai giovani, dice: “Non credere che la vecchiaia sia addirittura un supplizio. Se possiedi un orto e una biblioteca, nulla ti mancherà.„
L'orto? L'orto era possibile a quei tempi: oggi no. Specie in città il suolo costa, e invece di piantarvi aranci o fiori vi si edifica una palazzina.
Ma Cicerone, da uomo di mondo, aggiunge subito: “Del resto l'orto non è poi tanto necessario: basta la biblioteca„, e ricorda tanti vecchi, greci e romani, che trascorsero gli ultimi anni in mezzo ai libri e furono felici.
Facciamo tesoro di questo consiglio, e gli ultimi anni passiamoli qui, nella stanza da studio. Quando tutti ci abbandonano, quando ci vediamo soli, in mezzo ad una generazione che non ci comprende, che non ci sopporta, chiudiamoci in questo sacro eremitaggio. Qui troveremo gli amici della nostra infanzia, i compagni dei nostri studî prediletti.
Venga, venga la vecchiaia, con i suoi acciacchi, con i suoi disinganni, con le sue ingratitudini, con i suoi rimpianti: finché avremo un libro, avremo un consolatore.
E venga anche la morte. Quando tutto ci dirà che bisogna partire, noi ci faremo condurre qui, in questa stanzetta di pochi metri, dove abbiamo trascorsa la maggior parte della nostra vita. E quando il nostro cuore darà l'ultimo palpito, quando la nostra intelligenza avrà l'ultimo bagliore di luce e ci sembrerà sentire tanti suoni impercettibili, tante voci misteriose allora, o cari libri, vi daremo l'ultimo saluto riverente ed affettuoso.
Forse non ci sarà possibile pronunziare la dolce parola di addio. Appena uno sguardo, appena un cenno della mano tremante; ma quello sguardo, quel cenno dirà che noi vi ringraziamo dell'opera benefica esercitata sul nostro spirito.