La schiera de quei quattro, che io contai
Che copriva la dama, in sua diffesa
Facea prodezze e meraviglie assai,
Ma troppo è disegual la lor contesa.
Agrican di ferir non resta mai,
Ché vôl la dama ad ogni modo presa,
E gente ha seco di cotanto affare
Che a lor convien la dama abandonare.

Ed essa, che se vede a tal partito,
Di gran paura non sa che si fare,
Scordase dello annel che aveva in dito,
Col qual potea nascondersi e campare.
Lei tanto ha il spirto freddo e sbigotito,
Che de altra cosa non può racordare;
Ma solo Orlando per nome dimanda,
A lui piangendo sol se racomanda.

Il conte, che alla dama è longi poco,
Ode la voce che cotanto amava;
Nel core e nella faccia viene un foco,
Fuor de l'elmo la vampa sfavillava;
Batteva e denti e non trovava loco,
E le genocchie sì forte serrava,
Che Brigliadoro, quel forte corsiero,
Della gran stretta cade nel sentiero;

A benché incontinente fo levato.
Ora ascoltati fuora di misura
Colpi diversi de Orlando adirato,
Che pure a racontarli è una paura.
Il scudo con roina avia gettato,
Ché tutto il mondo una paglia non cura;
Scrolla la testa quella anima insana,
Ad ambe man tiene alta Durindana;

Spezza la gente per tutte le bande.
Or fuor delli altri ha scorto Radamanto
(Prima lo vide, perché era il più grande):
Tutto il tagliò da l'uno a l'altro fianco,
In duo cavezzi per terra lo spande;
Né di quel colpo non parve già stanco,
Ché sopra a l'elmo gionse a Saritrone,
E tutto il fese insino in su l'arcione.

Non prende alcun riposo il paladino,
Ma fulminando mena Durindana,
E non risguarda grande o piccolino,
Li altri re taglia e la gente mezzana.
Mala ventura lì mostrò Brontino,
Che dominava la terra Normana:
Dalla spalla del scudo e piastre e maglia
Sino alla coscia destra tutto il taglia.

Ora ecco il re de' Goti, Pandragone,
Che viene a Orlando crucïoso avante;
Questo se fida nel suo compagnone,
Perché alle spalle ha il fortissimo Argante.
Orlando verso lor va di rondone,
Che già bene adocchiato avia il gigante;
Ma perché a Pandragone agionse in prima,
Per il traverso delle spalle il cima.

A traverso del scudo il gionse a ponto,
E l'una e l'altra spalla ebbe troncata.
Argante era con lui tanto congionto,
Che non puotè schiffarsi in questa fiata,
Ma proprio di quel colpo, come io conto,
Li fo a traverso la panza tagliata;
Però ch'Argante fu di tanta altura,
Che Pandragon li dava alla cintura.

Quel gran gigante volta il suo ronzone
E per le schiere se pone a fuggire,
Portando le budelle su lo arcione.
Mai non se arestò il conte di ferire;
Non ha, come suolea, compassïone,
Tutta la gente intorno fa morire;
Pietà non vale, o dimandar mercede:
Tanto è turbato, che lume non vede.

Non ebbe il mondo mai cosa più scura
Che fo a mirare il disperato conte;
Contra sua spada non vale armatura;
Di gente occisa ha già fatto un gran monte,
Ed ha posto a ciascun tanta paura,
Che non ardiscon di mirarlo in fronte.
Par che ne l'elmo e in faccia un foco gli arda:
Ciascun fugge cridando: - Guarda! guarda! -