Il re Agricane a lui solo attendia,
E certamente assai li dà che fare;
Ma Brandimarte e l'altra compagnia
Fan con le spade diverso tagliare,
E tanto uccidon di quella zinia,
Che altro che morti al campo non appare.
Verso la rocca vanno tutta fiata,
E già presso li sono ad una arcata.

Nel campo de Agricane era un gigante,
Re di Comano, valoroso e franco,
Ed era lungo dal capo alle piante
Ben vinti piedi, e non è un dito manco:
Di lui ve ho racontato ancor davante
Che prese Astolfo, e nome ha Radamanto.
Costui se mosse con la lancia in mano,
E riscontrò su il campo il re Ballano.

Ferì quel re di drieto nelle spalle
Il malvaggio gigante e traditore,
Che del destrier il fie' cadere a valle,
Né valse al re Ballan suo gran valore.
Allo ardito Grifon forte ne calle,
E volta a Radamanto con furore;
E comenciâr battaglia aspra e crudele,
Con animo adirato e con mal fiele.

Levato è il re Ballan con molto ardire,
E francamente al campo si mantiene;
Ma già non puote al suo destrier salire,
Tanto è la gente che adosso li viene.
Esso non resta intorno de ferire,
La spada sanguinosa a due man tiene;
Lui nulla teme e i compagni conforta:
Fatto se ha un cerchio della gente morta.

Il re de Sueza, forte campïone,
Che per nome è chiamato Santaria,
Con una lancia d'un grosso troncone
Scontrò con Antifor di Albarossia;
Già non lo mosse ponto dello arcione,
Ché il cavalliero ha molta vigoria,
E se diffende con molta possanza;
A prima giunta li tagliò la lanza.

Argante di Rossia stava da parte,
Guardando la battaglia tenebrosa;
Ed ecco ebbe adocchiato Brandimarte,
Che facea prova sì meravigliosa,
Che contar non lo può libro né carte.
Tutta la sua persona è sanguinosa;
Mena a due mane quel brando tagliente,
Chi parte al ciglio, e chi perfino al dente.

A lui se driccia il smisurato Argante
Sopra a un destrier terribile e grandissimo,
E ferì il scudo a Brandimarte avante.
Ma lui tanto era ardito e potentissimo,
Che nulla cura de l'alto gigante,
Benché sia nominato per fortissimo,
Ma con la spada in mano a lui s'affronta;
Ogni lor colpo ben Turpin raconta.

Ma io lascio de dirli nel presente:
Pensati che ciascun forte se adopra.
Ora tornamo a dir de l'altra gente;
Benché la terra de morti se copra,
Quelle gran schiere non sceman nïente.
Par che lo inferno li mandi di sopra,
Da poi che sono occisi, un'altra volta,
Tanto nel campo vien la gente folta.

Fermi non stanno e nove cavallieri,
Ma ver la rocca vanno a più non posso;
La strata fanno aprir coi brandi fieri,
Ducento millia n'ha ciascuno adosso.
Lasciar Ballano a forza li è mestieri,
Ché fo impossibil de averlo riscosso;
Li altri otto ancora son tornati insieme,
Tutta la gente adosso di lor preme.

E detti re son con loro alle mane,
Ciascun di pregio e gran condizïone.
Lurcone e Radamanto ed Agricane
E Santaria e Brontino e Pandragone,
Argante, che fo lungo trenta spane,
Uldano e Poliferno e Saritrone;
Tutti eno insieme, e con gran vigoria
Atterrâr Antifor de Albarossia.