Era in quel ponto Orlando sì confuso,
Che non sapeva apena che se fare.
Ripone il brando il conte di guerra uso,
E sopra a Santaria se lascia andare,
Né con altra arma che col pugno chiuso
Se destina la dama conquistare;
Re Santaria, che senza brando il vede,
Di averlo morto o preso ben se crede.

La dama sostenia da il manco lato,
E nella destra mano avea la spada.
Con essa un aspro colpo ebbe menato;
Ma benché il brando sia tagliente e rada,
Già non se attacca a quel conte affatato.
Esso non stette più nïente a bada:
Sopra a quel re ne l'elmo un pugno serra,
E morto il gettò sopra della terra.

Per bocca e naso uscia fuora il cervello,
Ed ha la faccia di sangue vermiglia.
Or se comincia un altro gran zambello,
Però che Orlando quella dama piglia,
E via ne va con Brigliadoro isnello,
Tanto veloce, che è gran meraviglia.
Angelica è sicura di tal scorta,
E del castello è già gionta alla porta.

Ma Trufaldino alla torre se affaccia,
Né già dimostra di volere aprire;
A tutti e cavallier crida e minaccia
Di farli a doglia ed onta ripartire;
Con dardi e sassi a giù forte li caccia.
La dama di dolor volea morire;
Tutta tremava smorta e sbigotita,
Poi che se vede, misera! tradita.

La grossa schiera de' nemici ariva:
Agricane è davante e il fiero Uldano;
Quella gran gente la terra copriva
Per la costa del monte e tutto il piano.
Chi fia colui che Orlando ben descriva,
Che tien la dama e Durindana in mano?
Soffia per ira e per paura geme;
Nulla di sé, ma de la dama teme.

Egli avea della dama gran paura,
Ma di se stesso temeva nïente.
Trufaldin li cacciava dalle mura,
Ed alla rocca il stringe l'altra gente.
Cresce d'ogni ora la battaglia dura,
Perché da il campo continüamente
Tanta copia di frezze e dardi abonda,
Che par che il sole e il giorno se nasconda.

Adrïano, Aquilante e Chiarïone
Fanno contra Agrican molta diffesa;
E Brandimarte, che ha cor di leone,
Par tra' nemici una facella accesa.
Il franco Oberto e l'ardito Grifone
Molte prodezze ferno in quella impresa.
Sotto la rocca stava il paladino,
Ed umilmente prega Trufaldino,

Che aggia pietade di quella donzella
Condotta a caso di tanta fortuna;
Ma Trufaldino per dolce favella
Non piega l'alma di pietà digiuna,
Ché un'altra non fu mai cotanto fella
Né traditrice sotto della luna.
Il conte priega indarno: a poco a poco
L'ira gli cresce, e fa gli occhi di foco.

Sotto la rocca più se fu appressato,
E tien la dama coperta col scudo;
E verso Trufaldin fu rivoltato
Con volto acceso e con sembiante crudo.
Ben che non fusse a minacciare usato,
Ma più presto a ferire, il baron drudo
Or lo scridava con tanta bravura,
Che, non ch'a lui, ma al cel mettea paura.

Stringeva e denti e dicea: - Traditore!
Ad ogni modo non puotrai campare,
Ché questo sasso in meno de quattro ore
Voglio col brando de intorno tagliare,
E pigliarò la rocca a gran furore,
E giù nel piano la vo' trabuccare;
E struggerò quel campo tutto quanto,
E tu serai con loro insieme afranto. -