Il scudo di quel negro un palmo è grosso,
Tutto di nerbo è di elefante ordito.
Sopra di quello Agrican l'ha percosso,
Ed oltra il passa col ferro polito;
Per questo non è lui de loco mosso.
Per quel gran colpo non se piega un dito,
E mena del martello a l'asta bassa:
Giongela a mezo e tutta la fraccassa.
Quel re gagliardo poco o nulla il stima,
Benché veggia sua forza smisurata,
Né fo sua lancia fraccassata in prima,
Che egli ebbe in mano la spada affilata,
E col destrier che di bontade è cima,
Intorno lo combatte tutta fiata;
Or dalle spalle, or fronte, mai non tarda,
Spesso lo assale, e ben de lui se guarda.
Sopra a duo piedi sta fermo il gigante,
Come una torre a cima de castello;
Mai non ha mosso ove pose le piante,
E solo adopra il braccio da il martello.
Or gli è lo re di drieto, ora davante,
Sopra a quel bon destrier, che assembra uccello;
Mena Archiloro ogni suo colpo in fallo,
Tanto è legiero e destro quel cavallo.
Stava a vedere e l'una e l'altra gente,
Dico quei de India e quei di Tartaria,
Sì come a lor non toccasse nïente,
Ma sol fosse da duo la pugna ria.
Così sta ciascadun queto e pon mente,
Lodando ogniuno il suo di vigoria:
Mentre che ciascun guarda e parla e cianza,
Mena Archiloro un colpo di possanza.
Gettato ha il scudo, e il colpo a due man mena,
Ma non gionse Agrican, ché l'avria morto;
Tutto il martello ascose ne l'arena.
Ora il gigante è ben gionto a mal porto:
Callate non avea le braccie apena,
Che il re, qual stava in su lo aviso scorto,
Con tal roina il brando su vi mise,
Che ambe le mane a quel colpo divise.
Restâr le mane al gran martello agionte,
Sì come prima a quello eran gremite;
Fu po' lui morto di taglio e di ponte,
Ché ben date li fôr mille ferite;
E parve a ciascun vendicar sue onte,
Perché egli uccise il dì gente infinite.
Agricane il lasciò, quel segnor forte,
Non se dignando lui darli la morte.
Sì che fo occiso da gente villane,
Come io ve ho detto, e ogniom fésseli adosso.
Poi che l'ebbe lasciato, il re Agricane
Urta Baiardo tra quel popol grosso,
E pone in rotta le gente indïane,
Con tal ruina che contar nol posso.
Quel re li taglia e sprezali con scherno,
E già son gionti Uldano e Poliferno.
Questi duo re gran pezzo sterno al prato
Sì come morti e fuor di sentimento,
Ché ciascuno il martello avea provato,
Come io ve dissi, con grave tormento.
Or era l'uno e l'altro ritornato,
E sopra all'Indïan, con ardimento,
De il colpo ricevuto fan vendetta,
E chi più può, col brando e Nigri affetta.
Non fanno essi riparo, ad altra guisa
Che se diffenda da il fuoco la paglia;
Agrican lor guardava con gran risa,
Ché non degna seguir quella canaglia.
Or sappiati che la dama Marfisa
Ben da due leghe è longi alla battaglia;
Alla ripa del fiume sopra a l'erba
Dormia ne l'ombra la dama superba.
Tanto il core arrogante ha quell'altiera,
Che non volse adoprar la sua persona
Contra ad alcuno, per nulla mainera,
Se quel non porta in capo la corona;
E per questo ne è gita alla rivera,
E sotto un pin dormendo se abandona;
Ma prima, nel smontar che fie' di sella,
Queste parole disse a una donzella,