Io vi promisi contar la risposta,
Ne l'altro canto, di quel cavalliero
Che avea l'alma a sospirar disposta,
Quando Ranaldo lo trovò al verziero,
Presso alla fonte di fronde nascosta;
Ora ascoltati il fatto bene intiero.
Quel cavallier in voce lacrimose
Con tal parole a Ranaldo rispose:
- Vinte giornate de quindi vicina
Sta una gran terra de alta nobiltade,
Che già de l'Orïente fo regina;
Babilonia se appella la citade.
Avia una dama nomata Tisbina,
Che in lo universo, in tutte le contrade,
Quanto il sol scalda e quanto cinge il mare,
Cosa più bella non se può mirare.
Nel dolce tempo di mia età fiorita
Fu'io di quella dama possessore,
E fu la voglia mia sì seco unita,
Che nel suo petto ascoso era il mio core.
Ad altri la concessi alla finita:
Pensa se a questo fare ebbi dolore!
Lasciar tal cosa è dôl maggiore assai
Che desïarla e non averla mai.
Come una parte de l'anima mia
Da il cor mi fosse per forza divisa,
Fuor di me stesso vivendo moria,
Pensa tu con qual modo ed a qual guisa!
Due volte tornò il sole alla sua via
Per vinte e quattro lune, alla recisa,
Ed io, sempre piangendo, andai mischino
Cercando il mondo come peregrino.
Il lungo tempo e le fatiche assai
Ch'io sosteneva al diverso paese,
Pur me alentarno gli amorosi guai
De che ebbi l'osse e le medolle accese;
E poi Prasildo, a cui quella lasciai,
Fo un cavallier sì prodo e sì cortese,
Che ancor me giova avermi per lui privo,
E sempre giovarà, se sempre vivo.
Or, seguendo la istoria, io me ne andava
Cercando il mondo, come disperato,
E, come volse la fortuna prava,
Nel paese de Orgagna io fu' arivato.
Una dama quel regno governava,
Ché il suo re Poliferno era asembrato
Con Agricane insieme, a far tenzone
Per una figlia de il re Galafrone.
La dama che quel regno aveva in mano,
Sapea de inganni e frode ogni mistiero;
Con falsa vista e con parlare umano
Dava recetto ad ogni forastiero.
Poi che era gionto, se adoprava in vano
Indi partirse, e non vi era pensiero
Che mai bastasse di poter fuggire,
Ma crudelmente convenia morire.
Però che la malvaggia Falerina
(Ché cotal nome ha quella incantatrice
Che ora de Orgagna se appella regina)
Avea un giardino nobile e felice;
Fossa nol cinge, né sepe di spina,
Ma un sasso vivo intorno fa pendice,
E sì lo chiude de una centa sola,
Che entro passar non puote chi non vola.
Aperto è il sasso verso il sol nascente,
Dove è una porta troppo alta e soprana;
Sopra alla soglia sta sempre un serpente,
Che di sangue se pasce e carne umana.
A questo date son tutte le gente
Che sono prese in quella terra strana:
Quanti ne gionge, prende ciascuna ora,
E là li manda; e il drago li divora.
Or, come io dissi, in quella regïone
Fui preso a inganno, e posto a la catena;
Ben quattro mesi stetti in la pregione,
Che era de cavallieri e dame piena.
Io non ti dico la compassïone
Che era a vederci tutti in tanta pena;
Duo ne eran dati al drago in ogni giorno,
Come la sorte se voltava intorno.