Il nome de ciascuno era signato
Insieme de una dama e cavalliero;
E così ne era a divorar mandato
Quel par che alla pregione era primiero.
Or, stando in questa forma impregionato,
Né avendo de campare alcun pensiero,
La ria fortuna che me avia battuto,
Per farmi peggio ancor, mi porse aiuto.
Perché Prasildo, quel baron cortese
Per cui dolente abandonai Tisbina
E Babilonia, il mio dolce paese,
Ebbe a sentir de mia sorte meschina.
Io non sapria già dir come lo intese;
Ma giorno e notte lui sempre camina,
E, con molto tesoro, iscognosciuto
Fu ne' confini de Orgagna venuto.
Ivi se pose quel baron soprano
Per il mio scampo molto a praticare,
E proferse grande oro al guardïano,
Se di nascosto me lasciava andare;
Ma poi che egli ebbe ciò tentato in vano,
Né a prieghi o prezo lo pote piegare,
Ottenne per danari o per bel dire
Che, per camparmi, lui possa morire.
Così fui tratto della pregion forte,
E lui fo incatenato al loco mio.
Per darmi vita, lui vôl prender morte:
Vedi quanto è il baron cortese e pio!
Ed oggi è il giorno della trista sorte,
Che lui serà condotto al loco rio
Dove il serpente e miseri divora;
Ed io quivi lo aspetto ad ora ad ora.
E bench'io sappia e cognosca per certo
Che bastante non sono a darli aiuto,
Voglio mostrare a tutto il mondo aperto
Quanto a quel cor gentile io sia tenuto
A render guidardon di cotal merto;
Però che, come quivi fia venuto,
Con quei che il menan prenderò battaglia,
Benché sian mille e più quella canaglia.
E quando io sia da quella gente occiso,
Serami quel morir tanto iocondo
Ch'io ne andarò di volo in paradiso,
Per starmi con Prasildo a l'altro mondo.
Ma quando io penso che serà diviso
Lui da quel drago, tutto mi confondo,
Poi ch'io non posso, ancor col mio morire,
Tuorli la pena di tanto martìre. -
Così dicendo, il viso lacrimoso
Quel cavalliero alla terra abassava.
Ranaldo, odendo il fatto sì pietoso,
Con lui teneramente lacrimava,
E con parlar cortese ed animoso,
Proferendo se stesso, il confortava,
Dicendo a lui: - Baron, non dubitare,
Che il tuo compagno ancor puotrà campare.
Se dua cotanta fosse la sbiraglia
Che qua lo conduranno, io non ne curo;
Manco gli stimo che un fascio di paglia,
E per la fè di cavallier te giuro
Ch'io te li scoterò con tal travaglia,
Che alcun di lor non si terrà securo
De aver fuggita da mia man la morte,
Sin che sia gionto de Orgagna alle porte. -
Guardando il cavalliero e sospirando,
Disse: - Deh vanne a la tua via, barone!
Ché qua non se ritrova il conte Orlando,
Né il suo cognato, che è figlio de Amone.
Noi altri facciamo assai alora quando
Tenemo campo ad un sol campïone;
Niuno è più de uno omo, e sia chi il vuole:
Lascia pur dir, ché tutte son parole.
Pàrtite in cortesia, ché già non voglio
Che tu per mia cagion sia quivi gionto;
Parte non hai di quel grave cordoglio
Che me induce a morir, come io t'ho conto;
Ed io non posso mo, sì come io soglio,
Renderti grazia, a questo estremo ponto,
Del tuo bon core e de la tua proferta:
Dio te la renda, ed a chiunque il merta. -