Disse Ranaldo: - Orlando non son io,
Ma pure io farò quel che aggio proferto;
Né per gloria lo faccio o per desio
D'aver da te né guidardon né merto;
Ma sol perché io cognosco, al parer mio,
Che un par de amici al mondo tanto certo
Né ora se trova, né mai se è trovato:
S'io fossi il terzo, io me terria beato.
Tu concedesti a lui la donna amata,
E sei del tuo diletto al tutto privo;
Egli ha per te sua vita impregionata,
Or tu sei senza lui di viver schivo.
Vostra amistate non fia mai lasciata,
Ma sempre serò vosco, e morto e vivo;
E se pur oggi aveti ambo a morire,
Voglio esser morto per vosco venire. -
Mentre che ragionarno in tal maniera,
Una gran gente viddero apparire,
Che portano davanti una bandiera,
E due persone menano a morire.
Chi senza usbergo, chi senza gambiera,
Chi senza maglia si vedea venire,
Tutti ribaldi e gente da taverna;
E peggio in ponto è quel che li governa.
Era colui chiamato Rubicone,
Che avia ogni gamba più d'un trave grossa;
Seicento libre pesa quel poltrone,
Superbo, bestïale e di gran possa;
Nera la barba avea come un carbone
Ed a traverso al naso una percossa;
Gli occhi avia rossi, e vedea sol con uno:
Mai sol nascente nol trovò digiuno.
Costui menava una donzella avante,
Incatenata sopra un palafreno,
E un cavallier cortese nel sembiante,
Legato come lei, né più né meno.
Guarda Ranaldo al palafreno amblante,
E ben cognobbe quel baron sereno
Che la meschina è quella damisella
Che gli contò de Iroldo la novella;
Poi li fo tolta ne la selva ombrosa
Da quel centauro contrafatto e strano.
Lui più non guarda, e senza alcuna posa
De un salto si gettò su Rabicano.
Diciamo della gente dolorosa,
Che erano più de mille in su quel piano:
Come Ranaldo viddero apparire,
Per la più parte se derno al fuggire.
Già l'altro cavalliero era in arcione,
Ed avia tratta la spada forbita;
Ma il principe se driccia a Rubicone,
Ché tutta l'altra gente era smarita
E lui faceva sol deffensïone.
Questa battaglia fo presto finita,
Perché Ranaldo de un colpo diverso
Tutto il tagliò per mezo del traverso.
E dà tra li altri con molta tempesta,
Benché de occider la gente non cura,
E spesso spesso de ferir se arresta,
Ed ha diletto de la lor paura;
Ma pur a quattro gettò via la testa,
Duo ne partite insino alla cintura;
Lui ridendo e da scherzo combattia,
Tagliando gambe e braccie tuttavia.
Così restarno al campo e due pregioni,
Ciascun legato sopra il suo destriero,
Poi che fuggiti fôrno quei bricconi,
Che de condurli a morte avian pensiero.
Su il prato, tra bandiere e gonfaloni
E targhe e lancie, è Rubicone altiero,
Feso per mezo e tagliato le braccia:
Ranaldo gli altri tutta fiata caccia.
Ma Iroldo, il cavallier ch'io vi contai
Che stava alla fontana a lamentare,
Poi che anco egli ebbe de lor morti assai,
Corse quei duo pregioni a dislegare.
Più non fu lieto alla sua vita mai;
Prasildo abraccia, e non puotea parlare,
Ma, come in gran letizia far si suole,
Lacrime dava in cambio di parole.